Me te ricordo

26 Ottobre 2018

Oggi era una giornata così, normale. Di quelle che scorrono lente verso al fine senza né arte né parte. Una giornata con un tempo normale, né freddo né caldo. Con umore indefinito, né felice né triste. Sarebbe andata così: piccole iniezioni di amore verso sera, al ritorno a casa di Tiziana, e poi a dormire con i soliti pensieri di cose appese che si spera si chiudano a breve e ci permettano di dormire almeno 5 ore di fila.
Ma queste sono le giornate più pericolose, quelle che sembrano così normali da iniziare e finire senza lasciare segno, ma come ti distrai ti punge, come un pugile che ti stanca e come vede che le tue mani si fanno più pesanti e allentano la difesa per dare un po’ di riposo alle spalle, ecco lì che ti rifila quel destro dritto sul naso che ti manda ko.
Il mio destro dritto sul naso è una foto, ma fortunatamente il pugile è un mio amico fraterno e tra amici non ci si manda ko, tra amici ci si dà dei destri per risvegliarci, per aiutarci. A volte anche inconsapevolmente, ma sempre con grande puntualità.

Vibra il telefono.

 

– Hai cancellato il numero?

– No, non me lo fa leggere, mi appare cosi: +00***** quindi al massimo ti potrei bloccare.

– Quindi non m’hai bloccato?

– Vedo che sei perspicace. C’hai la coda de paja?

– No, però è tanto, è veramente tanto sta volta che non te scrivo.

– Perché so’ diventato bravo.

– A fa’ che?

– Beh ho capito che me scrivi quando percepisci che sto male, quindi ormai so’ diventato bravo.

– Non te capisco.

– Quelli che hanno studiato dicono che “il tempo cura tutti i mali”. Io non ho studiato tantissimo però ho capito che il tempo non cura tutti i mali, perché non tutti i mali se curano soprattutto l’assenza de un padre, ma fa una cosa più semplice: ce insegna come fa finta de sta bene.

– Quindi è tutta una farsa?

– Più o meno. Cioè devo di’ che davvero sto bene ultimamente, escluso qualche pensiero per qualche cosa mia ma quelli sono nella norma.

– E allora se stai bene perché stai a di’ che fai finta?

– Perché è così. Sto bene perché ho imparato a non pensacce. Quindi faccio finta. Alla fine se cerca sempre un espediente pe’ sta mejo no? Io ho trovato il mio.

– E allora perché te sto a scrive se dici de ave’ trovato ‘st’espediente che te fa sta bene?

– Perché devo prefezionallo. L’ho capito l’altro ieri al compleanno del Ciccio, che m’avresti scritto. L’ho sentito che stavo a vacilla’. Ho sentito di nuovo quella roba al centro dello stomaco. Ho imparato pure un’altra cosa grazie a sto tempo che cura tutti i mali sai? Ho imparato che piano piano sta roba che strigne al centro dello stomaco, e non fa respira’, svanisce; smette de esse un fastidio costante. Te lascia libero per giorni. Poi ritorna. Ma piano piano i giorni in cui te lascia libero so’ sempre deppiù, come fosse un qualcosa che te devi conquista’: la libbertà. Però ho capito pure che, come al solito, non c’è mai niente gratis in ‘stomonnoinfame, quindi il prezzo della libertà è che quanno torna ‘sta mano la riconosci sempre, perché torna sempre più forte, sempre più intensa. Magari un giorno solo al mese. O uno ogni due. O uno ogni sei mesi. Magari pure uno l’anno (a quel punto non ce so’ ancora arrivato, me so’ fermato prima) ma arriva così forte che te costringe a rimpiagne quando la sentivi costante tutti i giorni. E io l’altro giorno l’ho sentito un accenno de stretta.

– Quando?

– Quando ho accompagnato mamma a casa. Me so’ fermato co’ la macchina all’inzio del vicoletto e c’erano le luci accese a casa. Se vedeva la luce dentro le finestre. Mamma stava co’ me. Io ero sereno ero felice, ero disarmato. E allora, come ‘no stronzo m’è venuto da pensa’ che te stavi a affaccia’ pe’ fuma’ e vede’ se mamma stava a torna’. E pronta sta mano m’ha stretto. M’ha stretto solo pe’ avvertimme. Perché so’ diventato bravo a fa finta. Allora ha lasciato subito la presa.

– E perché te sto a scrive oggi? Perché Er Gestore m’ha ridato il telefono senza dimme niente. M’ha lasciato il telefono in mano e se n’è annato?

– Perché te voleva fa vede’ una cosa bella. Perché ho capito il senso de quella luce e de quella finestra. L’ho capito oggi da la foto che dopo te mando. Gianfranco, non volendo (o volendo chissà?) m’ha fatto capì quanto tutto a volte sia legato e tanto tanto sottile. Te c’ho visto su quella finestra, te c’ho visto finalmente.

– A Tato ma che stai a di’ così me metti paura?

– La foto sta a carica’, mo t’ariva e capirai pure te che non so’ matto. T’ho visto su quella finestra che ridevi. Ridevi insieme a me, che te tenevo poggiavo una mano su una spalla pe’ non fatte anna’ via come a di’ che dovevi rimane’ vicino a me ancora un po’ perché da solo non è facile, e insieme a mamma che era bella da mori’ con quel caschetto e quella pace nell’occhi. Te sei portato via un pezzo. Un pezzo de soriso, un pezzo de serenità, un pezzo de pace, un pezzo de còre, un pezzo de vita. A noi ce sta bene, perché sapemo che sai tenello stretto sto pezzetto nostro che c’hai.

– Però non ho capito quale è ‘sta cosa bella.

– La cosa bella è che finalmente me te ricordo papà. Me te ricordo così: affacciato in finestra, pieno de salute. Sorridente, felice delle scelte che avevi fatto. Innamorato de tutti noi. Me te ricordo con il viso tuo e non co’ quello che la malattia t’ha voluto dà. Me te ricordo pe’ quello che sei: bello come mi’ padre.

– È una cosa grossa questa.

– Lo so’ e come tutte le cose grosse fa male da mori’.

– Ecco perché te sto a scrive.

– Mo però vado papà che sta mano me sta a fa male, devo torna’ a fa finta altrimenti me fa sempre più male.

– Respira Tato che mo te passa. Fra un po’ torna Tiziana. Fa’ er bravo.

– Lo so papà.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

 

p.s. Guarda la foto che bella.

 

Mamma e papà

 

 

 

Me te ricordo

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