Baciaci ancora.

24 luglio 2018

La giornata è calda, ma fortunatamente ventilata. Ladispoli è semi vuota, non so il perché. Mi faccio il caffè, e mi metto a leggere un copione. Lasciando la porta di casa aperta c’è una bella correntina. Mi alzo per spruzzettare le piante che abbiamo in casa, soprattutto il mio amato Ginseng Bonsai quando sento il rumore di un messaggio. Lì per lì non lo riconosco. Ho impostato diverse suonerie per messaggi per capire chi è e se è importante leggere subito o si può aspettare. Questo rumore non è né mia madre, né Tiziana, né il gruppo degli amici. Capisco. Fisso il telefono. Avevo dimenticato quel suono. Era un po’ che non suonava così. 

Suona il telefono, di nuovo.

 

– Tato.

– Ao’ che fai me risponni o voi sta altri dieci minuti a guarda’ il telefono? So’ io, so’ tu padre. Te sei scordato de me? Te ricordi? Quello coi baffi…

– Niente manco mo’ che hai preso er telefono in mano me risponni?

– Tato, so’ io, tu’ padre. Carlo, Carletto, Baffo, come te pare a te ma risponni. Mica starai a fa l’offeso?

– A papa’ ma porcod**

– Ao, ma che te sei impazzito? Ma che te metti a bestemmia’ sulla linea derparadiso? Ma te sei rincojonito?

– So’ più de un anno che non te fai senti’, papà. Te poi spari’ così, come fossi morto du’ volte, e io non posso bestemia’?

– So’ cambiate un botto de cose Tato. Qua er paradiso dopo un po’ non è tutto rose e fiori come pensavo dall’inizio, come te volevo fa crede. Er monno sta a pjia una brutta piaga e manco a noi morti ce lasciano sta.

– Che te stanno a tratta’ male?

– No no, chi sta qua non c’entra niente. Er Gestore è uno bono Tato, sete voi che siete delle merde!

– Noi?

– No voi intese come te e tu’ fratello e tu’ madre, voi inteso come popolazione, come essere viventi. Noi qua semo quello che eravamo là. Voi non riuscite a capi’ che un morto è ‘na merda perché era ‘na merda da vivo. Er purgatorio dove se espiano i peccati è ‘na stronzata che ve fanno crede pe’ giustifica’ le cazzate.

– Perché te ne hai fatte poche?

– Le ho fatte pure io, e tante e lo sai. Ma ce stanno cazzate e cazzate. Non che io sto qua a di’ che è mejo o peggio, perché poi alla fine da morto le paghi tutte con le dovute misure, però capisci che un conto è fa delle stronzate in gioventù, un conto è non rendese conto de lo schifo che state a permette’.

– Ao’ papà non te ce mette pure te. Te lo dico subito. Io già c’ho un sacco de difficoltà pe’ conto mio, io già fatico a capi’ quello che fa pe’ vive la vita mia sereno e non dovemme sputa’ in faccia davanti a ‘no specchio. Mo vieni te, bello che morto, a famme la morale? Te sei morto che te frega? Te non ce stai in mezzo a sta merda de odio che c’avete lasciato in eredità, te non ce stai dentro a sta guerra tra poveri. Te stai la’ darparadiso tuo in bianco e nero che te guardi quello che succede, con ‘na biretta, la camicetta bianca, co’ nonna Mima, nonno Renato e tutta la famigliola riunita. Ma qua ce stamo noi a combatte co’ ‘sta merda tutti i giorni eh, quindi non te dico che non scriveme ma almeno non e fa la morale.

– Scusa, Tato.

– Non me devi chiede scusa.

– E non posso fa’ un cazzo! Non te posso di’ che sto mondo così è brutto, non te posso chiede scusa. Dimme te che devo da fa.

– Dai non me fa ride che davvero qua la situazione è tragica eh.

– A Tato lo so, lo vedo, qua c’arivano ‘sti corpicini piccoletti de ‘sti regazzini negretti che sembrano bambolotti. Che una volta che arrivano qua so’ tutti belli sorridenti, felici, perché hanno trovato altri regazzini pe’ gioca’, pe’ fa i castelli de sabbia e core libberi e sereni. Ridono perché ponno esse finalmente regazzini. Che a me me verebbe da dije “Ma che cazzo te ridi? Qua non c’è niente da ride” però so’ così belli che me se strigne er core. Ao’ uno l’ho preso a gioca’ co’ le giovanili DerParadiso, è un talento. Devi vede’ come core su quella fascia, fa lo stravede. J’ho dato er sette.

– Hai dato er numero mio a un negro? 🙂

– Questo è dieci volte più forte de te. A proposito, oggi è il compleanno de Daniele.

– Eh sì, ho visto.

– Ma fai legge la lettera che j’hai scritto?

– Quale lettera?

– Ao’ ma che pensi che non te vedo?

– Ma me lasci sta? Ma che te impicci te?

– Dai mannamela qua che la faccio legge a tu’ zio che non l’ha mai visto De Rossi. Io je l’ho detto che è un capitano fantastico ma lui dice che come Ago ce ne sono pochi. Lo dice solo perché Ago ogni tanto ce viene a trova’, ‘sto paraculo de tu’ zio.

– A papà me vergono che fai legge le cose mie alla gente.

– A te vergogni? Te invece che pubblichi quello che se scrivemo è mejo?

– Va beh, ma non di’ niente eh, dopo che l’hai letta se salutamo, promesso?

– Promesso.

 

Baciaci ancora.

Baciaci ancora Danie’, perché dentro quella maglia ci stiamo noi. Ci sta mio padre che soffre per non abbracciarmi e strillare il tuo nome ad un gol, ci sta mio fratello che ad ogni tua azione indica a mio nipote come si comporta un capitano, ci sto io che con gli occhi innamorati tifo per te, soffro per te e piango per te. Ci sta Max che ha rinnovato l’abbonamento il primo giorno disponibile per la decima volta di fila ed al tuo gol con il Barca mi ha mandato un audio urlando il tuo nome, ci stanno tutti i romanisti che pensano che proprio perché la juve compra il giocatore più forte al mondo quest’anno sarà l’anno nostro (come tutti gli anni) perché alla fine è così ogni anno è il nostro se ci sei tu con quella fascia al braccio.

Baciaci ancora Danie’, perché quel bacio ci fa sentire meno soli, sempre. Perché quel bacio è il nostro bacio è il bacio che diamo alla nostra compagna dopo un periodo un po’ difficile, il bacio che diamo a nostra madre alla quale non riusciamo mai a dire “ti voglio bene”, il bacio che diamo ad un amico che ci dice che si sposerà, il bacio che diamo ad un fratello che parte per un lavoro lontano.

E allora baciace ancora Danie’, e non smette mai de baciacce. Baciace sempre, ogni volta che potrai. Indicace la strada co’ quella vena gonfia. E cadi ancora Danie’, cadi senza paura che noi t’aiutamo a tiratte su’ come te c’aiuti sempre, minuto dopo minuto, a sentisse meno soli, a capi’ che chi tifa Roma non perde mai.

Baciaci ancora Danie’ perché quel bacio è l’emblema del nostro romanismo, è il gesto più dolce e delicato che un Capitano può regalare alla sua gente.

 

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– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

 

Baciaci ancora.

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