Ida e la sua carrozza bianca.

14 gennaio 2018

Gli insegnamenti arrivano. Anche quando non li vuoi, anche quando non si vogliono dare, e tu vorresti urlare al cielo: “Grazie ma non mi serviva, stavo bene così, ogni tanto fatti i cazzi tuoi”. Si ricevono come si riceve un pugno in faccia inaspettato, come un’onda che ti arriva su i piedi e non fai in tempo ad indietreggiare e ti rannicchi perché l’acqua è fredda. Un insegnamento è così, lo ricevi anche se chi te lo trasmette non è consapevole di quello che ti sta insegnando. Come Idarella, nonnetta. Che immobile, piccola, stanca e consumata, è rimasta lì attaccata a quella vita che l’ha fatta soffrire ma che lei ha sempre visto come il dono più grande. È rimasta aggrappata fino a che le dita non hanno ceduto ed è scivolata via. Con noi che la guardiamo ammirati per la forza di quel cuore piccoletto che non smette di battere, noi che spesso diciamo “che vita di merda”, noi che almeno una volta nella vita abbiamo pensato di mollare tutto e finirla così. Lei ci sbatte in faccia, con un pizzico di supponenza, la sua voglia di vivere anche un anno in più, anche su una sedia a rotelle, anche se con la parte destra del corpo paralizzata, perché a lei 95 anni non bastano. 

Alle 8.15 circa decide che basta così. E noi, che purtroppo di morti ce ne intendiamo e ne abbiamo vissute anche di tragiche, capiamo che è serena, che non ha sofferto e che alla fine il ciclo si è concluso. Però, per quanto si può essere realisti, si piange. Perché una madre è sempre una madre anche a cento cinquanta anni, e perché una nonna è una nonna, non ha età.

Vibra il telefono.

 

 

– Tato.

– Vaffanculo eh.

– Sì, sto bene, tu?

– Che vuoi pa’?

– Ma che se risponne così a tu’ padre? Non se sentimo da tanto e la prima cosa che fai è mannamme a fanculo? Ma chi te l’ha insegnata l’educazione?

– Va beh che voi?

– Aò ma che pensi che è sempre colpa mia?

– No, scusa.

– Riprovamo eh. Allora: Tato.

– Ciao carle’ 🙂

– Ecco, vedi così va meglio no?

– Sì pa’ ma te devi capi’ che sparisci pe’ mesi e poi ritorni sempre pe’ le cose brutte. Così non è facile.

– Tato te l’avevo detto che più andavamo avanti e più er Gestore (non bestemmia’ e non je di’ le parolacce che lui legge eh) me limitava la possibilità de scrive. Lo sapevi dall’inizio. Quindi scelgo bene i momenti, te volevo scrive pe’ la festa dei trentanni ma Ida ha deciso che te dovevo scrive adesso.

– Ah sì?

– Sì sta qua, è arrivata. Ah, nonno Venanzio chiede scusa per l’attesa.

– Che vordì?

– Niente, praticamente nonno è annato dar Gestore e j’ha chiesto che Nonna Ida non morisse de notte. Quindi chiede scusa se avete fatto la notte lì dentro e ve sete stancati. Tra l’altro co’ voi non se po’ mori’ in pace eh, fate sempre un casino daa madonna, chi ve vede pensa che sete matti. Ma poi che cazzo ve ridete sempre quanno uno sta a morì.

– Papà semo fatti così lo sai, esorcizzamo co’ le stronzate. Ma poi tu eri il primo che rideva ai funerali, quindi che voi? Comunque non ho capito ‘sta cosa de nonno.

– Ha chiesto ar Gestore de fa’ mori’ tu’ nonna la mattina.

– Perché?

– Perché non se more de notte, de notte non passano manco i treni.

– Papà so’ riuscito a piagne poco, me so’ preparato bene. Me voi fa’ piagne tutto quello che non me so’ pianto fino a mo?

-Tu’ nonno ha fatto una cosa che nun te dico.

– Ecco bravo nun me di’.

– Davero nun la voi sape’?

– Dimme, sbrigate!

– Semo stati tutta la notte a colora’ una carozza de un treno de bianco. Ha messo tutti a lavoro, eravamo tantissimi, cantavamo bevevamo caffè e dipingevamo sta vecchia carrozza de un treno del ’62 che sta qua come “deposito bagagli” per i nuovi arrivati. Er Gestore je l’ha data in prestito, noi se dovevamo sbriga’ perché j’aveva concesso che non morisse de notte, ma alle 8 doveva venire da noi. Allora Venanzio ha radunato tutti, è inutile che te faccio l’elenco eravamo tutti, tutti quelli che te vengono in mente e pure altri che non conosci, tutti a pitturà sta carozza che alle 7.58 era pronta. Tu’ nonno s’è messo la divisa, s’è infilato er cappelletto, ha fischiato cor fischietto, e co’ un fazzoletto c’ha salutato. Quanno è tornato co’ la sposa sua, stavamo tutti a aspettalla’: ha aperto er portellone e l’ha fatta scende. Devi vede’ Ida tutta pettinata, come s’è vergognata. Stavamo tutti a batte le mani pe’ lei.

– Che bello pa’, che bello davvero.

– Eh sì, una delle scene più belle da quanno sto qua.

– E mo’ ndo sta?

– È arivata alle 8 e ancora sta a saluta’. Ce lo sai che er giro è lungo…

– Daje un bacetto e dije che c’ha insegnato tanto, nonostante fosse fatta all’incontrario, come diceva Venanzio.

– Certo Tato, te riposate va’. Anzi riposateve tutti, e lavateve che se sente da qua la puzza.

– Aò ma che voi? Intanto se riposamo.

– Dije a tu’ madre che mo’ po’ fa u respira lungo e ricomincia’ tutto. Ancora c’ha tempo dice er Gestore.

– Eh, dije ar Gestore che mi’ madre c’ha tempo pe’ forza altrimenti lo sfonno.

– Levate la fascetta a Rambo! Ahahahah

– Te meno pure a te eh, però prima me metto a letto che c’ho sonno.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’

 

binari

Ida e la sua carrozza bianca.

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