Non è più domenica.

28 maggio 2017.

Non ho dormito un minuto. Oggi è il giorno in cui Francesco Totti fa l’ultima partita con la Roma. E tutti noi romanisti piangeremo, tanto.

 

– A che ora partiamo Tato?

– A Carle’ che vuol dire?

– A che ora andiamo allo stadio?

– Magari papà, sapessi come sto.

– Sapessi come sto io.

– Te la vedi?

– Se te te la vai a vede’ è merito mio quindi direi de sì che me la vedo. Abbiamo fatto le majette qui darparadiso. C’è un’aria da lutto, come se stesse a veni’ quarcuno novo. Pensa che pure er Gestore ha dato una giornata libera a tutti, oggi ognuno se vive er lutto come vuole.

– Io non ho dormito papà.

– Te capisco, tanto. Da regazzino quando giocavamo a pallone io e te sotto ar vicoletto tu te pjiavi sempre Totti. “Giochiamo a pallone papà, io so’ Totti” dicevi sempre.

– Sì Carle’ perché Francesco è stato sempre uno di noi, è stato il nostro fratello che è riuscito a fare quello che noi abbiamo sempre sognato. Ha realizzato il sogno di tutti i bambini che volevano essere Totti. E oggi è difficile, è tanto difficile.

– Te sei fortunato Tato, da quando che c’hai ricordi hai sempre e solo avuto lui come Capitano e lo hai potuto vive’ in pieno, hai gioito esultato e pianto con lui e per lui. Te sei fortunato perché hai vissuto gli anni  di Totti, hai passato 24 stagioni a vederlo illuminare il campo, qualsiasi campo, a vederlo onorare la sua fascetta, a portare nel cuore la sua città e l’amore per questo sport e per la nostra Roma.

– Ma oggi c’ho er magone.

– Ce l’ho pure io.

– Sai perché?

– Perché smette?

– Sì, ma per due motivi in particolare.

– Dimmeli va.

– Il primo è perché oggi non smette solo il Capitano, oggi finisce il calcio. Quel tipo di calcio con cui sono cresciuto, quel calcio che molto spesso mi ha salvato la vita, davvero. Finisce quel calcio fatto di diagonali e scivolate dove solo i numeri dieci facevano la differenza e dove i numeri nove segnavano di testa o di rapina. Un calcio che era amore, che era salvezza e riconoscimento. Oggi lui si porta via tutto, si porta via il mio calcio. E a me me vie’ da piagne, perché da lunedì se ricomincia una vita nuova. E so che chi non ha vissuto certe cose non capisce, so che chi non s’è mai fatto le fasciature alle caviglie o chi non ha mai ingrassato gli scarpini il sabato sera non può capire, ma oggi finisce tutto. Da oggi dovrò ammettere che è cambiato tutto, mentre Francesco nella sua piccola rivoluzione mi teneva ancorato al ricordo di quel calcio che giocavo anche io, fatto di rispetto e sacrificio. Quel calcio dove Cristiano Ronaldo avrebbe fatto un altro sport perché non c’era spazio per chi giocava con lo specchio in mano. E invece da questo 28 maggio devo lasciar stare tutti questi ricordi e rassegnarmi al fatto che non ci saranno più scarpini neri e calzini calati ed è dura.

– E la seconda?

– La seconda è che oggi fare quel viale senza averti vicino è ancora più dura. Ho sempre saputo che il Capitano un giorno avrebbe fatto la sua ultima partita con la nostra maglia, ma non ho mia pensato di non vederla con te quella partita. Perché capisci che senza di te ha un senso diverso, tu mi hai accompagnato per la prima volta dentro quello stadio a gridare il nome del Capitano a squarciagola dicendomi “Vedi Tato, quello, il numero dieci, è il Capitano della Roma, il giocatore più forte del mondo”. Ed oggi vorrei abbracciarti e vederti commosso, perché lo so Carle’ che avresti pianto la fine di un calcio che hai amato, avresti pianto la fine del giocatore più forte che tu abbia mai visto giocare. Però ci saremmo abbracciati e ci saremmo sentiti meno soli, facendo forza senza parlare, cantando “Un Capitano c’è solo un Capitano” con le lacrime agli occhi come fosse un funerale festoso. Quindi l’abbandono di Francesco lo sto soffrendo tantissimo perché sta tirando fuori tutti i miei dolori. Sento ancora di più la tua mancanza. Come faccio? Come se fa oggi a esse felici?

– Non se po’. Oggi dovevo esse’ li’ co’ te e co’ tu fratello perché oggi è il giorno nostro, di tutti i romanisti, di tutti i padri che hanno permesso ai figli di amare Francesco. Quindi non so’ che ditte ‘sta vorta perché me rode proprio er culo.

– E invece ‘sta volta te lo dico io papà. Fino a qualche giorno fa ero  sicuro di non voler andare. Poi la notte, senza dormire, ho pensato e pensato a mille cose e ho capito invece che devo andare. E tra tanti motivi il più grande è il dovere. Sì, perché lo devo, lo devo a te che saresti stato con la tua sciarpetta anni 80 vicino a me e Emiliano e lo devo a Francesco che si merita il saluto di tutti quanti. Perché io al Capitano gli devo tanto. Vedi papà, da quando che sei morto la vita mia è cambiata. Ognuno cerca di andare avanti come può, c’è chi fa finta di niente, c’è chi supera tutto affrontando di petto il dolore ecce cc. Io, magari inconsciamente, ho capito che mi sarei salvato appoggiandomi alle mie certezze. Tra le certezze che ho, che sono poche, molto poche, c’è la Roma. C’è la domenica allo stadio o sul divano con i miei amici ad esultare bestemmiare ed insultare gli avversari. E in questa certezze c’è sempre stata La certezza. Sì, perché in questi anni potevo star sicuro che vuoi o non vuoi c’era qualcuno in campo con la Roma che aveva la stessa mia passione la stessa mia voglia, lo stesso mio rodimento di culo ed odio per il rivale. Oggi andare allo stadio per veder crollare la mia certezza più grande è difficilissimo. Però glielo devo e te lo devo.

– E allora piagni pe’ me, e bevite un Borghetti in più, bevine due oggi, tu’ madre tanto non te vede.

– Io me preparo papà, me preparo a saluta’ la cosa più vicina a dio che abbia mai visto.

– E salutalo pure da parte de tu’ padre.

– Lo farò.

– Forza Roma Tato.

– Forza Roma Carle’.

 

Francesco Totti

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