Non mi manchi più, sembra.

10 Marzo 2020
È da tanto che non scrivo.

L’Italia è in una situazione non semplice: un decreto ci dice di stare in casa ed uscire il meno possibile per il bene nostro e della comunità. Si riorganizzano le giornate, si rivaluta la scala delle priorità e ci si prende del tempo per noi, ci si ferma, si ragiona su cosa abbiamo e su cosa non abbiamo, su cosa ci serve e cosa non ci serve, su cosa ci manca e cosa non ci manca.

Ed è il compleanno di mia madre.

Caro papà,
ieri ti pensavo.

Ti pensavo proprio ieri nel letto, mentre cercavo di prendere un sonno che non arrivava. Lo sai che sono strano e che queste situazioni particolari un po’ le assimilo e le rimugino dentro, mi vengono gastriti, dolori alla testa ecc ecc, come mamma d’altronde. Ecco ti pensavo proprio passata la mezzanotte, proprio quando il calendario ha fatto lo scatto e si è arrivati al 10 marzo, proprio quando sessantaquattro anni fa (ora si incazzerà) è nata mamma. Ti pensavo e pensavo una cosa stranissima, che mai avrei creduto potessi pensare. Pensavo al fatto che per la prima volta non mi manchi. È il pensiero più egoista che abbia mai fatto in vita mia. Ti pensavo come non voglio mai pensarti per questo non mi mancavi. Ti pensavo magro sul divano, che sorridevi per far finta che tutto andasse bene consapevole che niente stesse andando bene e che tutto sarebbe andato a finire da li a poco, certo magari non pensavi così poco. Ti pensavo come non avrei mai voluto vederti con la felpa del Ladispoli, i capelli fini fini e il volto scavato, e non mi mancavi. Guardavo i servizi sugli ospedali, sulla paura per il collasso della sanità in Italia e sulle difficoltà delle terapie intensive e poi e pensavo a te su quel letto di ospedale e non mi mancavi papà, non mi mancavi. Ed ero triste di questa cosa, mi innervosiva questo pensiero così lontano da me, così cattivo e feroce.

Poi, poco fa, ha citofonato Damiano. Era in bici, da solo. È cresciuto tantissimo, è un ragazzetto che si inizia a prendere delle responsabilità. Bello biondo e a volte fjio de ‘na mignotta, ma se fa sempre sgama’. È un buono papà, è uno de noi:

“Nonna sta a casa?” m’ha chiesto.
Perché sono giorni che freme che le vuole fare gli auguri, che la chiama per fare dei dolci insieme. È dolce, a modo suo, è tenero e conosce il rispetto per gli altri e per i grandi. E parla tanto di te, tanto. A me di nascosto chiede di te, forse perché ha capito che Emiliano soffre e non vuole far soffrire il padre. È svejo.
“No, è uscita”
“Come è uscita? Non può uscire, dove è andata?”
“A comprare le uova e torna”
“Brava! Così dopo facciamo due dolci per il compleanno suo” è rimontato in sella e se n’è andato, da solo verso casa.

E allora ho pensato che mi manchi, tanto. E che in realtà non mi mancavi perché non vorrei vederti soffrire adesso e perché ti pensavo in quel modo che non mi piace pensarti e allora mi difendevo. Oggi mi manchi, sì. Mi manca vederti essere impacciato nel dimostrare amore ed affetto per mamma, mi manchi negli abbracci non dati ai tuoi nipoti, mi manchi nel condividere lo stesso posto di lavoro di tuo figlio, mi mancano tantissimo le tue mani. Mi manca non stare qui a casa a risistemare la libreria “Però quelli de Lenin non se toccano eh”, mi manca non sentirti sbuffare per cambiare le lampadine, stuccare, pitturare il bagno e togliere l’umidità. Mi manca proprio non averti qui, in casa.
E credo che manchi anche a mamma. E dovresti farle gli auguri a mamma. Lo so che lo sai e che, se c’è una cosa che tu sai ma che è sempre giusto dire è che, mamma è una delle persone migliori che abbia mai visto. S’è un po’ incattivita con il mondo questo sì. Risponde un po’ male a volte ed ha azzerato il tasso di tolleranza verso chi non conosce (ma pure chi conosce) però è il periodo, tornerà serena. Ma se, facendo un pensiero assurdo, questa epidemia (sì papà c’è un virus che ci sta costringendo dentro casa ecc ecc ma che te lo dico a fa?) distruggesse tutti lasciando vivi solo i bambini e mi chiedessero di scegliere 7 persone per formare il Concilio dei Saggi che guidi i bambini verso la rinascita dell’umanità beh, non te offende eh ma tu non ci saresti, ci sarebbe sicuramente mamma.

Ora vado che oggi è il compleanno suo e non deve far niente, me tocca lava’ i piatti.

Ciao Carle’ ci manchi, manchi un po’ a tutti ma, a denti stretti, ti dico che va meglio. Anche se, io scrivendo e gli altri leggendo, stamo tutti a piagne.

Non mi manchi più, sembra.

Le regaje

Ciao Carle’, è tanto che non te scrivo eh. Se me ce metto, davvero, non me ricordo quanto tempo è che non entro su sto sito e me metto a scrive.
So’ cambiate un sacco de cose. Ormai te scrivo ma non me rispondi più, so’ monologhi. Forse t’è finito er credito sur telefono, forse non  m’hai mai risposto, forse te scrivo solo pe’ avecce ‘na scusa pe piagne forte e poi riparti’ da capo, come sempre, come tutte le volte che te penso, come se tutto il lavoro e la fatica fatta nell’accetta’ ‘sta orte non fosse servita a niente, o forse non sei morto… ah no, è impossibile, a esse’ morto sei morto: questa è l’unica cosa sicura!
Anche perché Carle’ te lo dico cor core in mano, non sarei pronto a vedette a sede sur divano, così de punto in bianco come se niente fosse. A ride e scherza’ co’ Damiano che in piedi sul tavolino te fa Capitan Uncino e te devi fa’ il Coccodrillo sdraiato per tera come un regazzino, o a gioca’ co’ Sophie; sì Sophie papà, Sophie fa ride tanto è sveja e furba è intelligente te farebbe tanto diverti’ ce passeresti i pomeriggi da pensionato. ‘Sta cazzo de pensione de cui me parlavi tanto.
Te confido un segreto papà: se c’è una cosa che me manda fòri de testa de ‘sta morte tua è er fatto che non sei riuscito a godette manco un giorno de pensione.
A me, senti che te dico, me sarebbe annato bene che te dicevano a un certo punto:

– Signor Carlo lei morirà intorno ai 58 anni. Quindi visto che, purtroppo, non potrà godersi una vecchiaia serena da nonno, le concediamo di andare in pensione a 48 anni così potrà almeno passare 10 anni in serenità con i suoi nipoti ed i suoi figli, e con quella povera donna che dovrà caricarsi sulle spalle minute una vecchiaia in solitudine.

E invece no papà, te sei fatto un bucio de culo enorme pe’ tutta la vita e, come se non bastasse, uno scherzo del destino (lo chiamano così pe’ non di’ Vitademmerda che pare brutto pe’ chi rimane), sei morto qualche mese prima de anda’ in pensione. Fa ride eh?

Comunque so’ cambiate un po’ de cose. Mo’ sto a vive a Roma, a Testaccio, va beh fino a dicembre che poi me ne devo anna’. Ma non te ammorbo co’ ‘sta storia ché ‘sta roba de instabilità economica, de paure del futuro, de incertezze e de dolori in mezzo ar petto, come se me fossi ingoiato un sercio che non va giù da quer febbraio de qualche anno fa, se le accolla tutte mamma. Hai visto che alla fine è ‘na svolta mori’?

Sto a lavora’ alla Roma, faccio la radio, scrivo le cose, va beh è difficile da spiega’ ai vivi figuramose ai morti. Però lavoro eh, cioè è un lavoro vero, te lo giuro. Non ce so’ riuscito da calciatore ma alla fine posso di che vado a Trigoria a lavora’ e so’ tanto contento de ‘sta cosa. Sei contento papà?

C’ho l’amici vecchi che so’ sempre più amici e me so’ trovato qualche amico novo, a cui vojo bene come se fossimo cresciuti insieme. A volte ce penso che sarebbe fico fatteli conosce, penso che sarebbe fico annasse a vede’ un film de Sandro insieme (quello su Cucchi t’avrebbe fatto incazza’ come ‘na iena) o presentatte i gemelli o Max, c’è pure uno che se chiama Carlo co’ noi, pensa che ride.
Penso che un dolore grosso è non avette mai presentato Tiziana, la donna più importante che ho incontrato da quanno te ne sei annato. È daa lazio sì, però j’avresti voluto bene come a ‘na fjia, perché è bona e c’ha er core grosso come piace a te.

Avemo venduto casa de nonna, ce semo riusciti alla fine. C’avemo messo solo 10 anni. E sì avemo dato pure qualche soldo in più a Valerio, perché lo so che sarebbe stato il primo pensiero tuo.

È nata un sacco de gente, altri so’ morti, ma alla fine fa parte de ‘sto gioco a cui giocamo tutti i giorni no?

Me so’ cascati un po’ de capelli. E me s’è abbassata la vista. ‘Sta cosa te farebbe ride tanto, vedemme co’ l’occhiali, me pjieresti per culo tutte le volte:
– Stefa’ è arivato cicalone!

Non me ricordo più la voce tua, e ‘sta roba me fa incazza’, ma quelli che hanno studiato dicono che è normale, so’ fasi, dicono. Io c’ho dei video tua salvati sul computer e ogni tanto me li vado a vede’. Sì lo so ‘ste cose non se fanno direbbe la psicologa, però ‘sti cazzi noi non je lo dimo vero Carle’-

Emiliano sta bene, almeno credo. Non parlamo mai de te, secondo me perché c’avemo paura de sape’ che ‘sta roba non ce passerà mai. E poi perché io da solo je la faccio ma se c’è una cosa a cui non riesco a tene’ botta è vede’ mi’ fratello piagne.

Mamma è mamma. Se fa i traslochi da sola, non si fa aiutare, è di una potenza rara. Mamma è la donna che ti rendeva così presente nella nostra vita e così difficile da dimenticare. È quella lì, sempre più indurita dalla vita ma che cerca sempre di mantenere un po’ di dolcezza e di sorriso. È cosparsa de regazzini e sta bene, o comunque da brava mamma a noi ci fa vedere che sta bene. Dice che te sogna, come se non bastasse. Ma parla de te sempre con serenità. È forte mamma papà, ma non te lo devo di’ certo io. Forse lo sto a scrive perché so che legge, così non je lo devo di’ de persona che non so’ bono. Perché alla fine papà, dimose la verità, so’ un còre de latta. (Però dopo che hai letto non me chiama’ ma’ che non te rispondo perché me vie’ comunque da piagne, fa finta de niente.)

Insomma so’ cambiate un po’ de cose.
Quello che non è cambiato è che comunque periodicamente te penso. Forte, sempre più forte. E me fa sempre più male. È come se, ogni volta che me capita, me volessi stringe forte er core co’ le mano pe’ non fatte anna’ via. È questo questo quello che sento.
La cosa che me fa ride è che me succede nei momenti più strani, co’ le cose più impensabili.

Tipo oggi. Stavo a cammina, da solo per Testaccio. Erano le 16 non avevo pranzato e allora me so’ fermato a pjia un supplì.
– Classico è finito gioveno’ ce sta solo alla romana.
– E dammelo alla romana, Gianni, che me frega.
– Sì, ma te damme n’euro.
Stavo a pensa’ a tutt’altro, pe’ me un supplì alla romana era un supplì normale. E mentre pensavo alle tasse, sì ultimamente penso alle scadenze delle tasse e a tutte ‘ste cose che non me fanno dori’, mentre pensavo a ‘ste cazzate ho dato un mozzico e masticando ho sentito un sapore strano. Ho chiuso l’occhi e, come un matto, me so’ messo a magna ‘sto suppli. Me piaceva Carle’, me piaceva. E so’ tornato indietro a prenderne un altro.
– Ah te piaceno e regaje eh.
– Ecco che cazzo era!
– Come?
– Niente scusa Già.
– Ma te piaciono le regaje? Senno’ te lo do cacio e pepe.
– A me m’hanno sempre fatto schifo, però piacevano a mi’ padre.
– Ce capisce tu’ padre. Voi sete de n’antra generazione. Boccuccia de fregna.
– E c’hai ragione.
– Quindi te do’ quello cacio e pepe?
– No incartamene due co le regaje, uno pe’ me e e uno pe’ mi’ padre.

E mentre me ne annavo Gianni m’ha fischiato e m’ha fatto avvicina’ ar bancone e, sottovoce come se se vergognasse, me fa:
– Ce lo so che te li magni tutte e due te.
E m’ha dato ‘na mezza pizza su una guancia. Che pe’ lui era ‘na carezza.

Ecco papà te volevo di’ che me piaciono le regaje nei supplì.
Te l’ho detto che so’ cambiate un sacco de cose.

Le regaje

Me te ricordo

26 Ottobre 2018

Oggi era una giornata così, normale. Di quelle che scorrono lente verso al fine senza né arte né parte. Una giornata con un tempo normale, né freddo né caldo. Con umore indefinito, né felice né triste. Sarebbe andata così: piccole iniezioni di amore verso sera, al ritorno a casa di Tiziana, e poi a dormire con i soliti pensieri di cose appese che si spera si chiudano a breve e ci permettano di dormire almeno 5 ore di fila.
Ma queste sono le giornate più pericolose, quelle che sembrano così normali da iniziare e finire senza lasciare segno, ma come ti distrai ti punge, come un pugile che ti stanca e come vede che le tue mani si fanno più pesanti e allentano la difesa per dare un po’ di riposo alle spalle, ecco lì che ti rifila quel destro dritto sul naso che ti manda ko.
Il mio destro dritto sul naso è una foto, ma fortunatamente il pugile è un mio amico fraterno e tra amici non ci si manda ko, tra amici ci si dà dei destri per risvegliarci, per aiutarci. A volte anche inconsapevolmente, ma sempre con grande puntualità.

Vibra il telefono.

 

– Hai cancellato il numero?

– No, non me lo fa leggere, mi appare cosi: +00***** quindi al massimo ti potrei bloccare.

– Quindi non m’hai bloccato?

– Vedo che sei perspicace. C’hai la coda de paja?

– No, però è tanto, è veramente tanto sta volta che non te scrivo.

– Perché so’ diventato bravo.

– A fa’ che?

– Beh ho capito che me scrivi quando percepisci che sto male, quindi ormai so’ diventato bravo.

– Non te capisco.

– Quelli che hanno studiato dicono che “il tempo cura tutti i mali”. Io non ho studiato tantissimo però ho capito che il tempo non cura tutti i mali, perché non tutti i mali se curano soprattutto l’assenza de un padre, ma fa una cosa più semplice: ce insegna come fa finta de sta bene.

– Quindi è tutta una farsa?

– Più o meno. Cioè devo di’ che davvero sto bene ultimamente, escluso qualche pensiero per qualche cosa mia ma quelli sono nella norma.

– E allora se stai bene perché stai a di’ che fai finta?

– Perché è così. Sto bene perché ho imparato a non pensacce. Quindi faccio finta. Alla fine se cerca sempre un espediente pe’ sta mejo no? Io ho trovato il mio.

– E allora perché te sto a scrive se dici de ave’ trovato ‘st’espediente che te fa sta bene?

– Perché devo prefezionallo. L’ho capito l’altro ieri al compleanno del Ciccio, che m’avresti scritto. L’ho sentito che stavo a vacilla’. Ho sentito di nuovo quella roba al centro dello stomaco. Ho imparato pure un’altra cosa grazie a sto tempo che cura tutti i mali sai? Ho imparato che piano piano sta roba che strigne al centro dello stomaco, e non fa respira’, svanisce; smette de esse un fastidio costante. Te lascia libero per giorni. Poi ritorna. Ma piano piano i giorni in cui te lascia libero so’ sempre deppiù, come fosse un qualcosa che te devi conquista’: la libbertà. Però ho capito pure che, come al solito, non c’è mai niente gratis in ‘stomonnoinfame, quindi il prezzo della libertà è che quanno torna ‘sta mano la riconosci sempre, perché torna sempre più forte, sempre più intensa. Magari un giorno solo al mese. O uno ogni due. O uno ogni sei mesi. Magari pure uno l’anno (a quel punto non ce so’ ancora arrivato, me so’ fermato prima) ma arriva così forte che te costringe a rimpiagne quando la sentivi costante tutti i giorni. E io l’altro giorno l’ho sentito un accenno de stretta.

– Quando?

– Quando ho accompagnato mamma a casa. Me so’ fermato co’ la macchina all’inzio del vicoletto e c’erano le luci accese a casa. Se vedeva la luce dentro le finestre. Mamma stava co’ me. Io ero sereno ero felice, ero disarmato. E allora, come ‘no stronzo m’è venuto da pensa’ che te stavi a affaccia’ pe’ fuma’ e vede’ se mamma stava a torna’. E pronta sta mano m’ha stretto. M’ha stretto solo pe’ avvertimme. Perché so’ diventato bravo a fa finta. Allora ha lasciato subito la presa.

– E perché te sto a scrive oggi? Perché Er Gestore m’ha ridato il telefono senza dimme niente. M’ha lasciato il telefono in mano e se n’è annato?

– Perché te voleva fa vede’ una cosa bella. Perché ho capito il senso de quella luce e de quella finestra. L’ho capito oggi da la foto che dopo te mando. Gianfranco, non volendo (o volendo chissà?) m’ha fatto capì quanto tutto a volte sia legato e tanto tanto sottile. Te c’ho visto su quella finestra, te c’ho visto finalmente.

– A Tato ma che stai a di’ così me metti paura?

– La foto sta a carica’, mo t’ariva e capirai pure te che non so’ matto. T’ho visto su quella finestra che ridevi. Ridevi insieme a me, che te tenevo poggiavo una mano su una spalla pe’ non fatte anna’ via come a di’ che dovevi rimane’ vicino a me ancora un po’ perché da solo non è facile, e insieme a mamma che era bella da mori’ con quel caschetto e quella pace nell’occhi. Te sei portato via un pezzo. Un pezzo de soriso, un pezzo de serenità, un pezzo de pace, un pezzo de còre, un pezzo de vita. A noi ce sta bene, perché sapemo che sai tenello stretto sto pezzetto nostro che c’hai.

– Però non ho capito quale è ‘sta cosa bella.

– La cosa bella è che finalmente me te ricordo papà. Me te ricordo così: affacciato in finestra, pieno de salute. Sorridente, felice delle scelte che avevi fatto. Innamorato de tutti noi. Me te ricordo con il viso tuo e non co’ quello che la malattia t’ha voluto dà. Me te ricordo pe’ quello che sei: bello come mi’ padre.

– È una cosa grossa questa.

– Lo so’ e come tutte le cose grosse fa male da mori’.

– Ecco perché te sto a scrive.

– Mo però vado papà che sta mano me sta a fa male, devo torna’ a fa finta altrimenti me fa sempre più male.

– Respira Tato che mo te passa. Fra un po’ torna Tiziana. Fa’ er bravo.

– Lo so papà.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

 

p.s. Guarda la foto che bella.

 

Mamma e papà

 

 

 

Me te ricordo

Baciaci ancora.

24 luglio 2018

La giornata è calda, ma fortunatamente ventilata. Ladispoli è semi vuota, non so il perché. Mi faccio il caffè, e mi metto a leggere un copione. Lasciando la porta di casa aperta c’è una bella correntina. Mi alzo per spruzzettare le piante che abbiamo in casa, soprattutto il mio amato Ginseng Bonsai quando sento il rumore di un messaggio. Lì per lì non lo riconosco. Ho impostato diverse suonerie per messaggi per capire chi è e se è importante leggere subito o si può aspettare. Questo rumore non è né mia madre, né Tiziana, né il gruppo degli amici. Capisco. Fisso il telefono. Avevo dimenticato quel suono. Era un po’ che non suonava così. 

Suona il telefono, di nuovo.

 

– Tato.

– Ao’ che fai me risponni o voi sta altri dieci minuti a guarda’ il telefono? So’ io, so’ tu padre. Te sei scordato de me? Te ricordi? Quello coi baffi…

– Niente manco mo’ che hai preso er telefono in mano me risponni?

– Tato, so’ io, tu’ padre. Carlo, Carletto, Baffo, come te pare a te ma risponni. Mica starai a fa l’offeso?

– A papa’ ma porcod**

– Ao, ma che te sei impazzito? Ma che te metti a bestemmia’ sulla linea derparadiso? Ma te sei rincojonito?

– So’ più de un anno che non te fai senti’, papà. Te poi spari’ così, come fossi morto du’ volte, e io non posso bestemia’?

– So’ cambiate un botto de cose Tato. Qua er paradiso dopo un po’ non è tutto rose e fiori come pensavo dall’inizio, come te volevo fa crede. Er monno sta a pjia una brutta piaga e manco a noi morti ce lasciano sta.

– Che te stanno a tratta’ male?

– No no, chi sta qua non c’entra niente. Er Gestore è uno bono Tato, sete voi che siete delle merde!

– Noi?

– No voi intese come te e tu’ fratello e tu’ madre, voi inteso come popolazione, come essere viventi. Noi qua semo quello che eravamo là. Voi non riuscite a capi’ che un morto è ‘na merda perché era ‘na merda da vivo. Er purgatorio dove se espiano i peccati è ‘na stronzata che ve fanno crede pe’ giustifica’ le cazzate.

– Perché te ne hai fatte poche?

– Le ho fatte pure io, e tante e lo sai. Ma ce stanno cazzate e cazzate. Non che io sto qua a di’ che è mejo o peggio, perché poi alla fine da morto le paghi tutte con le dovute misure, però capisci che un conto è fa delle stronzate in gioventù, un conto è non rendese conto de lo schifo che state a permette’.

– Ao’ papà non te ce mette pure te. Te lo dico subito. Io già c’ho un sacco de difficoltà pe’ conto mio, io già fatico a capi’ quello che fa pe’ vive la vita mia sereno e non dovemme sputa’ in faccia davanti a ‘no specchio. Mo vieni te, bello che morto, a famme la morale? Te sei morto che te frega? Te non ce stai in mezzo a sta merda de odio che c’avete lasciato in eredità, te non ce stai dentro a sta guerra tra poveri. Te stai la’ darparadiso tuo in bianco e nero che te guardi quello che succede, con ‘na biretta, la camicetta bianca, co’ nonna Mima, nonno Renato e tutta la famigliola riunita. Ma qua ce stamo noi a combatte co’ ‘sta merda tutti i giorni eh, quindi non te dico che non scriveme ma almeno non e fa la morale.

– Scusa, Tato.

– Non me devi chiede scusa.

– E non posso fa’ un cazzo! Non te posso di’ che sto mondo così è brutto, non te posso chiede scusa. Dimme te che devo da fa.

– Dai non me fa ride che davvero qua la situazione è tragica eh.

– A Tato lo so, lo vedo, qua c’arivano ‘sti corpicini piccoletti de ‘sti regazzini negretti che sembrano bambolotti. Che una volta che arrivano qua so’ tutti belli sorridenti, felici, perché hanno trovato altri regazzini pe’ gioca’, pe’ fa i castelli de sabbia e core libberi e sereni. Ridono perché ponno esse finalmente regazzini. Che a me me verebbe da dije “Ma che cazzo te ridi? Qua non c’è niente da ride” però so’ così belli che me se strigne er core. Ao’ uno l’ho preso a gioca’ co’ le giovanili DerParadiso, è un talento. Devi vede’ come core su quella fascia, fa lo stravede. J’ho dato er sette.

– Hai dato er numero mio a un negro? 🙂

– Questo è dieci volte più forte de te. A proposito, oggi è il compleanno de Daniele.

– Eh sì, ho visto.

– Ma fai legge la lettera che j’hai scritto?

– Quale lettera?

– Ao’ ma che pensi che non te vedo?

– Ma me lasci sta? Ma che te impicci te?

– Dai mannamela qua che la faccio legge a tu’ zio che non l’ha mai visto De Rossi. Io je l’ho detto che è un capitano fantastico ma lui dice che come Ago ce ne sono pochi. Lo dice solo perché Ago ogni tanto ce viene a trova’, ‘sto paraculo de tu’ zio.

– A papà me vergono che fai legge le cose mie alla gente.

– A te vergogni? Te invece che pubblichi quello che se scrivemo è mejo?

– Va beh, ma non di’ niente eh, dopo che l’hai letta se salutamo, promesso?

– Promesso.

 

Baciaci ancora.

Baciaci ancora Danie’, perché dentro quella maglia ci stiamo noi. Ci sta mio padre che soffre per non abbracciarmi e strillare il tuo nome ad un gol, ci sta mio fratello che ad ogni tua azione indica a mio nipote come si comporta un capitano, ci sto io che con gli occhi innamorati tifo per te, soffro per te e piango per te. Ci sta Max che ha rinnovato l’abbonamento il primo giorno disponibile per la decima volta di fila ed al tuo gol con il Barca mi ha mandato un audio urlando il tuo nome, ci stanno tutti i romanisti che pensano che proprio perché la juve compra il giocatore più forte al mondo quest’anno sarà l’anno nostro (come tutti gli anni) perché alla fine è così ogni anno è il nostro se ci sei tu con quella fascia al braccio.

Baciaci ancora Danie’, perché quel bacio ci fa sentire meno soli, sempre. Perché quel bacio è il nostro bacio è il bacio che diamo alla nostra compagna dopo un periodo un po’ difficile, il bacio che diamo a nostra madre alla quale non riusciamo mai a dire “ti voglio bene”, il bacio che diamo ad un amico che ci dice che si sposerà, il bacio che diamo ad un fratello che parte per un lavoro lontano.

E allora baciace ancora Danie’, e non smette mai de baciacce. Baciace sempre, ogni volta che potrai. Indicace la strada co’ quella vena gonfia. E cadi ancora Danie’, cadi senza paura che noi t’aiutamo a tiratte su’ come te c’aiuti sempre, minuto dopo minuto, a sentisse meno soli, a capi’ che chi tifa Roma non perde mai.

Baciaci ancora Danie’ perché quel bacio è l’emblema del nostro romanismo, è il gesto più dolce e delicato che un Capitano può regalare alla sua gente.

 

WhatsApp Image 2018-07-24 at 14.40.00

 

 

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

 

Baciaci ancora.

Grazie Papà.

10 aprile 2018

È mezzanotte e dodici minuti. La Roma ha vinto contro il Barcellona 3 a 0 ed è in semifinale di Champions. Non riesco a dormire, “Nina” dorme accanto a me con il cuscino in faccia per ripararsi dalla luce. Io fisso il telefono poggiato sul comodino perché sto aspettando di esultare con lui. 

Vibra il telefono. Mi alzo e vado sul divano per non disturbare. 

 

– Tato.

– Te stavo a aspetta’.

– E che non lo so?

– L’hai vista?

– Me so’ visto Roma Lecce, te pensi che non me vedo Roma Barca?

– Grazie pa’.

– Ma perché? L’hai capito?

– Che cosa?

– No, niente niente.

– Ti ringraziavo per avermi trasmesso ‘sta cosa. Ieri passeggiavo per via del Corso tornando a casa e abbracciavo persone sconosciute. Un ragazzo in motorino con il padre mi si è accostato in macchina, ha sentito che stavo sentendo la radio, è sceso dal motorino e mi ha stretto fortissimo.

– So’ felice Tato, so’ proprio felice. Però te c’hai qualcosa, me sembra che non sei felice come me.

– Eh, lo so. C’ho un problema.

– Uno solo?

– Dai è una cosa seria pa’.

– Lo so ma io so come Finocchiaro, a me la battuta me piace. Dai scherzo pe’ alleggeri’, lo sai che non ero bono co’ le parole da vivo, figuramose da morto. Fortunatamente te devo scrive e me sento meno sotto pressione, pure se c’ho paura che me cazzi pe’ come scrivo, ma alla fine io sto in paradiso e faccio come me pare 🙂 Che hai fatto? Perché c’hai quaa faccia?

– Boh, dovrei esse felice come non mai, eppure…

– Eppure…

– Niente papà a me me sembra de avecce una spina in mezzo ar petto. Io so’ felice, come oggi che esulto e piango e non penso a niente, poi più cresce la felicità più er core se gonfia e più er core se gonfia più se avvicina alla spina che lo potrebbe fa scoppia’. E allora, quasi inconsciamente, un po’ pe’ sopravvivenza, me autocensuro la gioia. Prima non capivo bene che era ma mo’ ho capito. So’ cambiate le cose da qualche anno, le gioie so’ diverse. Ho capito che io so’ felice fino a che non penso che quella felicità sarebbe tripla se condivisa con te. E allora il pianto de gioia se trasforma e diventa, prima, un po’ rabbia e poi frustrazione che tutte le gioie della vita mia ormai saranno a metà. Quella spina è la mancanza de un padre accanto nei momenti belli de sta vita.

– E allora non hai capito un cazzo. Ma che pensi che stavo qua de notte a scrive a te se te dovevo fa vive le gioie a metà. Ao’ te ce poi crede o no, come del resto non c’ho creduto troppo manco io quanno se n’è annato Tiziano, quanno mi’ sorella stava al decimo anno de battaja contro il cancro e non c’aveva vie d’uscita, io pure non c’ho creduto in quei momenti, ma ieri è pure un po’ merito suo.

– Suo de chi?

– Der gestore.

– De dio?

– Eh va beh chiamalo come te pare.

– A pa’ io non ce credo. Da mo che non ce credo, da mo che ho mollato sta cosa.

– Va beh famo che non esiste, famo che io sto a scrive pe’ finta e te stai a dormi’ e te stai a sogna’ tutto. Però pensace, pensace bene. Sarà merito de quarcuno se tra tanti fiji che ce potevo ave’ c’ho avuto te e tu fratello, se tra tante donne che me ronzavano intorno, (ero un fichetto eh, me venivano tutte appresso) se semo scelti co’ tu’ madre, se tra tutte le squadre avemo scerto la Roma. E pensace, pensace bene. A me er gestore non me sta simpatico ma ieri è stato pe’ ‘n’attimo daa Roma. S’è ricordato che infondo lui è daa Roma da quanno l’hanno lasciato solo sulla croce come un poraccio, da quanno ce magnavano a cena insieme mentre je facevano le scarpe, da quanno ha dovuto fa er miracolo pe fasse vole’ bene. Ecco ieri la Roma ha fatto er miracolo pe’ fasse vole’ bene, pe’ facce scrive a noi, pe’ abbracciasse pe’ strada e pe’ avecce una giornata un po’ più bella de quelle solite giornate demmerda tutte uguali. Pensace eh, pensace bene ma tra tutti quanti hanno segnato proprio quelli che all’andata s’erano fatti l’autorete. Tato non ce crede, però, le coincidenze so’ tante.

– Me voi fa crede che è merito de dio se avemo vinto.

– Mo non s’allargamo. Te volevo solo di’ che ieri er gestore s’è messo la scialletta, e m’ha detto “questa ce l’avevo pure il 25 aprile dell’84, contro il Dundee, l’ho ritrovata oggi, era finita dietro l’armadio”. Non è merito suo, ma s’è ricordato de esse daa Roma.

– E noi?

– E noi semo quelli de sempre, e se volemo bene. Se mancheremo sempre. Me manca il divano, il caffè al bar il giorno dopo una giornata così, il giornale da legge, la sciarpetta la collo, i cori de la sud, l’abbracci co’ te, le telefonate co’ tu fratello, tu madre in cucina pe’ scaramanzia che fa finta de sistema’ i piatti ma se sente la partita. Me manca tutto e me mancherà sempre. Te sbaji, non è una spina, è ‘na spada. Ma non ce potemo fa niente, è così ce dovemo convive e dovemo esse felice de avecceli avuti sti riti, st’abbracci, ste telefonate. E tu devi esse felice perché ieri avemo fatto la storia. Sì va beh non avemo cambiato la storia der monno ma avemo cambiato la storia della Roma, e pe’ noi poveri omini che vivono de gioie piccole, è una cosa grossa. Avemo finarmente visto che la storia se cambia e che dio a volte se ricorda de esse daa Roma. E noi s’abbracciamo Tato, montame sulle spalle e abbracciame, come ha fattoFlorenzi co’ Daniele. Perché noi semo meno soli se s’abbracciamo.

– Vado a lavora’ Carle’. Non m’hai convinto eh, però sei mi’ padre e te credo.

– Tato, ogni volta che sei un po’ triste oggi, pensa a sta cosa. “Voglio solo star con te, voglio vincere e cantar per te, forza forza Roma alè!” E pensa che la stamo a canta’ insieme a via dei gladiatori mentre usciamo dallo stadio in un Roma Bologna qualunque. E pensa che semo fortunati, a prescindere. E che da oggi vicino a Roma Liverpool ce mettemo Roma Barcellona e poi chissà…

– Ce provo! Grazie pa’, davvero.

– Dije a tu’ fratello de smette de piagne.

– Stava a piagne pe’ le stesse cose mie, solo che lui non te le dice 😉

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

 

p.s. Aò oggi in scena mettete la majetta de la Roma che m’hai regalato, pensame un pochetto eh.

BIG-Florenzi-De-Rossi-Roma-Barcellona-10.04.2018

 

 

Grazie Papà.

Ida e la sua carrozza bianca.

14 gennaio 2018

Gli insegnamenti arrivano. Anche quando non li vuoi, anche quando non si vogliono dare, e tu vorresti urlare al cielo: “Grazie ma non mi serviva, stavo bene così, ogni tanto fatti i cazzi tuoi”. Si ricevono come si riceve un pugno in faccia inaspettato, come un’onda che ti arriva su i piedi e non fai in tempo ad indietreggiare e ti rannicchi perché l’acqua è fredda. Un insegnamento è così, lo ricevi anche se chi te lo trasmette non è consapevole di quello che ti sta insegnando. Come Idarella, nonnetta. Che immobile, piccola, stanca e consumata, è rimasta lì attaccata a quella vita che l’ha fatta soffrire ma che lei ha sempre visto come il dono più grande. È rimasta aggrappata fino a che le dita non hanno ceduto ed è scivolata via. Con noi che la guardiamo ammirati per la forza di quel cuore piccoletto che non smette di battere, noi che spesso diciamo “che vita di merda”, noi che almeno una volta nella vita abbiamo pensato di mollare tutto e finirla così. Lei ci sbatte in faccia, con un pizzico di supponenza, la sua voglia di vivere anche un anno in più, anche su una sedia a rotelle, anche se con la parte destra del corpo paralizzata, perché a lei 95 anni non bastano. 

Alle 8.15 circa decide che basta così. E noi, che purtroppo di morti ce ne intendiamo e ne abbiamo vissute anche di tragiche, capiamo che è serena, che non ha sofferto e che alla fine il ciclo si è concluso. Però, per quanto si può essere realisti, si piange. Perché una madre è sempre una madre anche a cento cinquanta anni, e perché una nonna è una nonna, non ha età.

Vibra il telefono.

 

 

– Tato.

– Vaffanculo eh.

– Sì, sto bene, tu?

– Che vuoi pa’?

– Ma che se risponne così a tu’ padre? Non se sentimo da tanto e la prima cosa che fai è mannamme a fanculo? Ma chi te l’ha insegnata l’educazione?

– Va beh che voi?

– Aò ma che pensi che è sempre colpa mia?

– No, scusa.

– Riprovamo eh. Allora: Tato.

– Ciao carle’ 🙂

– Ecco, vedi così va meglio no?

– Sì pa’ ma te devi capi’ che sparisci pe’ mesi e poi ritorni sempre pe’ le cose brutte. Così non è facile.

– Tato te l’avevo detto che più andavamo avanti e più er Gestore (non bestemmia’ e non je di’ le parolacce che lui legge eh) me limitava la possibilità de scrive. Lo sapevi dall’inizio. Quindi scelgo bene i momenti, te volevo scrive pe’ la festa dei trentanni ma Ida ha deciso che te dovevo scrive adesso.

– Ah sì?

– Sì sta qua, è arrivata. Ah, nonno Venanzio chiede scusa per l’attesa.

– Che vordì?

– Niente, praticamente nonno è annato dar Gestore e j’ha chiesto che Nonna Ida non morisse de notte. Quindi chiede scusa se avete fatto la notte lì dentro e ve sete stancati. Tra l’altro co’ voi non se po’ mori’ in pace eh, fate sempre un casino daa madonna, chi ve vede pensa che sete matti. Ma poi che cazzo ve ridete sempre quanno uno sta a morì.

– Papà semo fatti così lo sai, esorcizzamo co’ le stronzate. Ma poi tu eri il primo che rideva ai funerali, quindi che voi? Comunque non ho capito ‘sta cosa de nonno.

– Ha chiesto ar Gestore de fa’ mori’ tu’ nonna la mattina.

– Perché?

– Perché non se more de notte, de notte non passano manco i treni.

– Papà so’ riuscito a piagne poco, me so’ preparato bene. Me voi fa’ piagne tutto quello che non me so’ pianto fino a mo?

-Tu’ nonno ha fatto una cosa che nun te dico.

– Ecco bravo nun me di’.

– Davero nun la voi sape’?

– Dimme, sbrigate!

– Semo stati tutta la notte a colora’ una carozza de un treno de bianco. Ha messo tutti a lavoro, eravamo tantissimi, cantavamo bevevamo caffè e dipingevamo sta vecchia carrozza de un treno del ’62 che sta qua come “deposito bagagli” per i nuovi arrivati. Er Gestore je l’ha data in prestito, noi se dovevamo sbriga’ perché j’aveva concesso che non morisse de notte, ma alle 8 doveva venire da noi. Allora Venanzio ha radunato tutti, è inutile che te faccio l’elenco eravamo tutti, tutti quelli che te vengono in mente e pure altri che non conosci, tutti a pitturà sta carozza che alle 7.58 era pronta. Tu’ nonno s’è messo la divisa, s’è infilato er cappelletto, ha fischiato cor fischietto, e co’ un fazzoletto c’ha salutato. Quanno è tornato co’ la sposa sua, stavamo tutti a aspettalla’: ha aperto er portellone e l’ha fatta scende. Devi vede’ Ida tutta pettinata, come s’è vergognata. Stavamo tutti a batte le mani pe’ lei.

– Che bello pa’, che bello davvero.

– Eh sì, una delle scene più belle da quanno sto qua.

– E mo’ ndo sta?

– È arivata alle 8 e ancora sta a saluta’. Ce lo sai che er giro è lungo…

– Daje un bacetto e dije che c’ha insegnato tanto, nonostante fosse fatta all’incontrario, come diceva Venanzio.

– Certo Tato, te riposate va’. Anzi riposateve tutti, e lavateve che se sente da qua la puzza.

– Aò ma che voi? Intanto se riposamo.

– Dije a tu’ madre che mo’ po’ fa u respira lungo e ricomincia’ tutto. Ancora c’ha tempo dice er Gestore.

– Eh, dije ar Gestore che mi’ madre c’ha tempo pe’ forza altrimenti lo sfonno.

– Levate la fascetta a Rambo! Ahahahah

– Te meno pure a te eh, però prima me metto a letto che c’ho sonno.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’

 

binari

Ida e la sua carrozza bianca.

Quarant’anni

3 settembre 2017

Stiamo festeggiando mio fratello Emiliano, fa quarant’anni. I primi quarant’anni (si dice così ma non ho mai capito il perché, come se ce ne fossero altri). Mio padre interrompe la festa ed il momento gioioso.

– Che state a fa?
– A Papà che voi?
– Che vojo? Vojo sape’ che state a fa.
– Stamo a festeggia’ Emiliano.
– E io?
– Eh, e te? Se lo chiedemo tutti. Potevi rimane’ qua.
– Ma che pensi che è stata una scelta mia?
– Boh?
– Ecco te tolgo i dubbi: no. Nun ho scelto io. Avrei scelto de resta’
– Va beh che voi, c’avemo da fa.
– Dije intanto che nun c’è niente da piagne. Che noi qua dar televisore li vedemo.
– E va beh loro te sentono. Poi?
– Quarant’anni… Deggià?
– Eh quando sei morto…
– Ao’ ma come te permetti, so’ pur sempre tu padre.
– Va beh quando te ne sei andato.
– In una mongolfiera GialloRossa
– Sì, in una mongolfiera giallorossa.
– Ecco, bravo.
– Va beh quando te ne sei andato ce m’aveva 38. L’anni passano eh. E pure con grande fatica.
– È vero ne sono passati due.
– Due anni sette mesi e due giorni. Un sacco, un botto de giorni, una cifra de notti e tantissimi infiniti secondi.
– Quindi 40. Ammazza è un bel traguardo. Vedi lui che festeggia al contrario tuo. Dovresti prende spunto da lui, che oggi ce sei domani chissà.
– Ammazza, sei diventato un cabarettista eh.
– Va beh era un esempio un modo de di’ che diceva sempre tu’ nonna. Pe’ di’ che comunque 40 so’tanti. Il mio migliore amico fa 40 anni, mi’ fjio più grande, er primo. Era bello con i capelli lunghi con un sorriso smagliante. Era. Però comunque è rimasto bello eh, il gene dei giacinti è proprio fatto bene. Quarant’anni non ce posso pensa quanto è passato da quel primo strilletto, da quella clinica piena de umidità al centro de Roma. Quarant’anni fa.
– Sì papà, e pensa che fra un pochetto, fra una ventina d’anni te raggiunge pure. Pensa come è curiosa la vita. Tu fjio fra una ventina d’anni diventa più grosso de te. E farà strano chiamatte papà. Pensa che se mai me dovreste rincontra’ lui c’avrai la barba bianca r magari c’avra 92 anni e te trenta de meno. Se ce pensi altri venti te lo potevi fa a occhi chiusi eh, almeno giusto per godersi un minimo di pensione. E invece te sei fatto tutto sto bucio de culo e niente, manco un giorno. Che stronzi eh. Ah, a proposito al gestore je l’hai detto che me sta sur cazzo?
– Simo’
– Eh, che c’è?
– Sta qua co’ me.
– Sempre stronzo è, almeno secondo me. Però va beh se sta la dije che magari co’ mamma facesse una ventina d’anni in più. Mica tanti. Sempre che rimane savia eh. Perché se ce se rincojonisce la vedo brutta.
– Falla smette de piagne che altrimenti la raccoje mi adesso per mancanza de liquidi in corpo.
– A papà c’avemo da fa.
– Sì scusa era solo per fargli l’auguri.
– Vai.
– Auguri Emi, auguri da me e da tutta sta schiera de parenti. Auguri da Nonno Venanzio, nonno Renato, Nonna Mimma, Zia Emanuela e Zio Fernando, Bebbina, Giuliano, Tiziano,
– Sì i Santi Tommaso e Zaccaria.
– Va beh la lista è lunga.
– Va beh ma mica ce la vorrai fa tutta.
– No no, va beh te dedico una canzone. Attacca sor mae’

(C’era un ragazzo che come me)⁠⁠⁠⁠

17342953_10212600967367640_4594236028776041182_n

Quarant’anni

Batti lei.

lunedì 3 luglio

L’ultima volta che mio padre mi ha scritto è più di un mese fa. Precisamente il giorno dell’addio di Francesco Totti con la maglia della Roma. E come sapete non vuol dire che non l’ho pensato ma non ci siamo più sentiti. Questa notte alle 4.12 sento quel suono, sì i suoi messaggi hanno, ovviamente, un suono differente. Mi sveglio di soprassalto.

 

– Batti

– Papà…

– Dicevo batti.

– Chi devo batte, papà?

– Dicevo batti lei.

– Ma lei chi? A papà ma che stai ‘mbriaco?

– A Tato, “batti lei Fantocci”!

–  Ahhhhh ma so’ le quattro e un quarto e me scrivi così dal nulla dopo un mese e mezzo. Ma poi che c’entra? Che state a fa la MAratona Fantozzi, vi siete sparati tutti i film? Che stai a fa sveglio a quest’ora?

– Lo stiamo aspettando?

– A Carle’ così me fai preoccupa’. Ma chi state a aspetta’?

– Stocazzo! ahahahahah

– Giura che mi hai svegliato alle 4 di notte per farmi ‘sto scherzetto.

– No dai era simpatico ma non è per questo. Ti volevo dire che stiamo aspettando Fantozzi.

– Cioè?

– Cioè fra poco arriva Paolo Villaggio.

– Ma che me stai a di’?

– Eh sì, il Maestro è morto e fra poco arriva.

– Madonna come m’hai intristito, papà.

– Non sai che accoglienza che gli aspetta. Er gestore c’ha dato tutti cappelletti, tutte bretelle. Siamo tutti vestiti come lui. oggi è tutto sul filo dei secondi. Caffé latte con pettinata incorporata. Spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè provocante funzioni fisiologiche da espletare con tempo europeo di 6 secondi netti.

– Tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle otto e zero uno. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti.

– Bravo Tato, ti ricordi le risate che ci siamo fatti?

– Sì Carle’ ricordo troppo bene la prima volta. Mamma che disse: “Io vado a dormire che a me Fantozzi non fa ridere”. E noi siamo rimasti sul divano, io te e Emy. La video cassetta infilata nel video registratore e noi sul divano in religioso silenzio. All’inizio non capivo, poi ti vedevo ridere, ed ero felice e poi ho cominciato a ridere con te.

– Lo stiamo tutti aspettando, tutti davanti er cancellone der paradiso, cor gestore in testa. Lo aspettamo dall’artra parte delle nuvole. Oggi nun piove pe’ lui. E appena mette piede qua, appena se manifesta semo pronti a canata’ tutti in coro:

Fantozzi ragionier Ugo, matricola mille uno barra bis, dell’ufficio Sinistri.
Sveglia e caffè, barba e bidet. Presto che perdo il tram. Se il cartellino non timbrerò… FANTOZZI!

 

– Papà lo sai che so’ un po’ triste pe’ ‘sta storia. PErché poi diranno tutti “Siete tristi sempre per uno famoso che muore mentre in Africa muoiono milioni di persone e nessuno dice niente”.

– Ma chi le dice ‘ste cose?

– Le dicono papà, tu non te preoccupa’.

– Vedi il lato bono de esse morti? Semo sarvi dar populismo! Comunque te capisco, pure noi qua se semo commossi stamattina quanno abbiamo avuto la notizia dell’arrivo. In realtà eravamo tutti euforici e tutti contenti, però un po’ malinconici.

– Beh Carle’ io ce so’ cresciuto. Che poi quelli so’ insegnamenti de vita, Fantozzi è attuale, Fantozzi se lo analizzi fa male, fa male più oggi che ieri. Sarò strano io ma a me ‘sta gente con cui so’ cresciuto ridendo e guardandola in tv me dispiace se more, come se la conoscessi. E lo so che in Africa morono un sacco de regazzini e so’ triste pure pe’ quello. ma questo non me impedisce de piagne, almeno un minuto, pe’ la morte di Villaggio. O so’ diventato brutto, papà?

– A Tato piagni pe’ quello che credi valga la pena piagne, non c’è nessuno che te po’ di’ pe’ che poi piagne e pe’ che no. Basta che piagni e nun te vergongi, io ho pianto pochissime vorte in vita mia perché pensavo fosse ‘na debolezza e nun me volevo fa vede’ debole da voi. Ma nun sai le vorte che avrei voluto piagne. Perciò piagni e nun te vergonga’.

– Grazie Papà.

– Ah, l’altro giorno avemo visto er concerto de Vasco… Che cojoni co’ ‘sto video.

– Aò e nun te ce mette pure te no?

– Ahahahah. Eccolo, sta a arivà.

– Me raccomando, salutamelo e dije che è un genio.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

Fantozzi_in_paradiso

 

 

 

 

 

 

Batti lei.

Non è più domenica.

28 maggio 2017.

Non ho dormito un minuto. Oggi è il giorno in cui Francesco Totti fa l’ultima partita con la Roma. E tutti noi romanisti piangeremo, tanto.

 

– A che ora partiamo Tato?

– A Carle’ che vuol dire?

– A che ora andiamo allo stadio?

– Magari papà, sapessi come sto.

– Sapessi come sto io.

– Te la vedi?

– Se te te la vai a vede’ è merito mio quindi direi de sì che me la vedo. Abbiamo fatto le majette qui darparadiso. C’è un’aria da lutto, come se stesse a veni’ quarcuno novo. Pensa che pure er Gestore ha dato una giornata libera a tutti, oggi ognuno se vive er lutto come vuole.

– Io non ho dormito papà.

– Te capisco, tanto. Da regazzino quando giocavamo a pallone io e te sotto ar vicoletto tu te pjiavi sempre Totti. “Giochiamo a pallone papà, io so’ Totti” dicevi sempre.

– Sì Carle’ perché Francesco è stato sempre uno di noi, è stato il nostro fratello che è riuscito a fare quello che noi abbiamo sempre sognato. Ha realizzato il sogno di tutti i bambini che volevano essere Totti. E oggi è difficile, è tanto difficile.

– Te sei fortunato Tato, da quando che c’hai ricordi hai sempre e solo avuto lui come Capitano e lo hai potuto vive’ in pieno, hai gioito esultato e pianto con lui e per lui. Te sei fortunato perché hai vissuto gli anni  di Totti, hai passato 24 stagioni a vederlo illuminare il campo, qualsiasi campo, a vederlo onorare la sua fascetta, a portare nel cuore la sua città e l’amore per questo sport e per la nostra Roma.

– Ma oggi c’ho er magone.

– Ce l’ho pure io.

– Sai perché?

– Perché smette?

– Sì, ma per due motivi in particolare.

– Dimmeli va.

– Il primo è perché oggi non smette solo il Capitano, oggi finisce il calcio. Quel tipo di calcio con cui sono cresciuto, quel calcio che molto spesso mi ha salvato la vita, davvero. Finisce quel calcio fatto di diagonali e scivolate dove solo i numeri dieci facevano la differenza e dove i numeri nove segnavano di testa o di rapina. Un calcio che era amore, che era salvezza e riconoscimento. Oggi lui si porta via tutto, si porta via il mio calcio. E a me me vie’ da piagne, perché da lunedì se ricomincia una vita nuova. E so che chi non ha vissuto certe cose non capisce, so che chi non s’è mai fatto le fasciature alle caviglie o chi non ha mai ingrassato gli scarpini il sabato sera non può capire, ma oggi finisce tutto. Da oggi dovrò ammettere che è cambiato tutto, mentre Francesco nella sua piccola rivoluzione mi teneva ancorato al ricordo di quel calcio che giocavo anche io, fatto di rispetto e sacrificio. Quel calcio dove Cristiano Ronaldo avrebbe fatto un altro sport perché non c’era spazio per chi giocava con lo specchio in mano. E invece da questo 28 maggio devo lasciar stare tutti questi ricordi e rassegnarmi al fatto che non ci saranno più scarpini neri e calzini calati ed è dura.

– E la seconda?

– La seconda è che oggi fare quel viale senza averti vicino è ancora più dura. Ho sempre saputo che il Capitano un giorno avrebbe fatto la sua ultima partita con la nostra maglia, ma non ho mia pensato di non vederla con te quella partita. Perché capisci che senza di te ha un senso diverso, tu mi hai accompagnato per la prima volta dentro quello stadio a gridare il nome del Capitano a squarciagola dicendomi “Vedi Tato, quello, il numero dieci, è il Capitano della Roma, il giocatore più forte del mondo”. Ed oggi vorrei abbracciarti e vederti commosso, perché lo so Carle’ che avresti pianto la fine di un calcio che hai amato, avresti pianto la fine del giocatore più forte che tu abbia mai visto giocare. Però ci saremmo abbracciati e ci saremmo sentiti meno soli, facendo forza senza parlare, cantando “Un Capitano c’è solo un Capitano” con le lacrime agli occhi come fosse un funerale festoso. Quindi l’abbandono di Francesco lo sto soffrendo tantissimo perché sta tirando fuori tutti i miei dolori. Sento ancora di più la tua mancanza. Come faccio? Come se fa oggi a esse felici?

– Non se po’. Oggi dovevo esse’ li’ co’ te e co’ tu fratello perché oggi è il giorno nostro, di tutti i romanisti, di tutti i padri che hanno permesso ai figli di amare Francesco. Quindi non so’ che ditte ‘sta vorta perché me rode proprio er culo.

– E invece ‘sta volta te lo dico io papà. Fino a qualche giorno fa ero  sicuro di non voler andare. Poi la notte, senza dormire, ho pensato e pensato a mille cose e ho capito invece che devo andare. E tra tanti motivi il più grande è il dovere. Sì, perché lo devo, lo devo a te che saresti stato con la tua sciarpetta anni 80 vicino a me e Emiliano e lo devo a Francesco che si merita il saluto di tutti quanti. Perché io al Capitano gli devo tanto. Vedi papà, da quando che sei morto la vita mia è cambiata. Ognuno cerca di andare avanti come può, c’è chi fa finta di niente, c’è chi supera tutto affrontando di petto il dolore ecce cc. Io, magari inconsciamente, ho capito che mi sarei salvato appoggiandomi alle mie certezze. Tra le certezze che ho, che sono poche, molto poche, c’è la Roma. C’è la domenica allo stadio o sul divano con i miei amici ad esultare bestemmiare ed insultare gli avversari. E in questa certezze c’è sempre stata La certezza. Sì, perché in questi anni potevo star sicuro che vuoi o non vuoi c’era qualcuno in campo con la Roma che aveva la stessa mia passione la stessa mia voglia, lo stesso mio rodimento di culo ed odio per il rivale. Oggi andare allo stadio per veder crollare la mia certezza più grande è difficilissimo. Però glielo devo e te lo devo.

– E allora piagni pe’ me, e bevite un Borghetti in più, bevine due oggi, tu’ madre tanto non te vede.

– Io me preparo papà, me preparo a saluta’ la cosa più vicina a dio che abbia mai visto.

– E salutalo pure da parte de tu’ padre.

– Lo farò.

– Forza Roma Tato.

– Forza Roma Carle’.

 

Francesco Totti

Non è più domenica.

‘Sto monno me fa schifo

5 aprile 2017

Mi sveglio disturbato dopo aver perso il derby dopo che la roma ha vinto il derby di ritorno di Coppa Italia ma è uscita per la differenza reti (cosa lunga e noiosa da spiegare ai non appassionati). Apro Fb e sono pronto a sorridere e farmi il sangue amaro per gli sfottò dei laziali, quando vedo foto di bambini, e pii altre foto di guerra. Siamo abbastanza abituati, purtroppo, ma oggi mi sembra ci sia qualcosa di particolare. Apro un sito da cui mi inforno spesso e leggo:

Beirut, 4 aprile 2017 – Siria sotto choc per un sospetto attacco chimico che ha causato la morte di decine di persone nella provincia di Idlib, controllata dai ribelli. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) parla di 35 deceduti, tra cui 9 bambini, tutti vittime di un raid aereo che avrebbe sprigionato “gas tossici” contro la citttadina di Khan Sheikhun. Per l’Osdh, l’Osservatorio siriano, i morti sono 58 (11 bambini).

È tanto che non lo faccio, ma credo sia ora di riscrivere a mio padre.

 

– A Carle’ te disturbo?

– A Tato no però t’ho detto che, scrivendote darparadiso, non posso sta sempre ar telefono co’ te.

– Sì lo so, ma questa è ‘na cosa seria.

– Aspe’ che sto a gioca’ a scopone. Semo io e tu’ zio Giuliano contro tu’ nonno Renato e Sandro Cecchini, stamo a pjia ‘na biata che se la ricordamo.

– A papà è ‘na cosa seria.

– E che te pensi che sta partita non lo è? Ce pjieranno pe’r culo armeno pe’ du’ mesi.

– Aò io so’ incazzato co’ te.

– Co’ me?

– Sì, co’ te.

– E che t’ho fatto a Tato? Lo so, so’ morto e v’ho lasciato da soli, ma nun l’ho fatto apposta. Te lo giuro Tato io ho lottato fino a che potevo, io volevo rimane’ la sotto co’ voi, co’ tu madre co’ ‘sti nipotini che stanno a cresce. Magari poi pensa’ che è colpa mia che me ne so’ annato così all’improviso, ma io nun c’entro niente. Te devo ripete sempre le stesse cose?

– Non per quello papà.

– E allora pe’ che?

– Perché m’hai cojonato.

– A Tato, trattame bene eh. Portame rispetto, so’ sempre tu’ padre, pure se so’ morto. E non te n’approfitta’ che sto quassù e non te posso mena’, io nun t’ho insegnato ‘ste cose. Io c’ho messo tanto ma t’ho insegnato il rispetto.

– Ecco appunto, te m’hai insegnato il rispetto. Te m’hai insegnato che portando rispetto gli altri porteranno rispetto a noi. Che le ingiustizie vanno sempre denunciate, e che davanti a queste dobbiamo lottare. Che l’unione fa la forza e che l’essere umano è un essere intelligente, che lotta e combatte per stare bene.

– Sì, t’ho insegnato questo e so’ fiero se hai capito la lezione.

– Tu una volta mi ha regalato un segnalibro in pelle, con sopra incisa una frase di Che Guevara che diceva: “siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia
commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo…

– è la qualità più bella di un rivoluzionario. Sì me lo ricordo.

– Ecco allora mi devi spiegare una cosa, tu o il gestore de quel posto do’ stai, derparadiso come lo chiami te, me dovete spiega’ perché ‘sto monno è diventato così brutto, perché l’essere umano non lotta e combatte più? Perché l’omo cerca sempre un capro espiatorio dietro a uno più poraccio de lui pe’ sfoga’  rabbia e frustrazione? Perché? Me devi di’ perché? Perché nun s’aiutamo più, ma arzamo quelle braccia tese demmerda e strillamo “negro vattene” quanno noi potremmo esse’ i negri de domani? Me devi di’ perché te ne sei annato e m’hai lasciato in mezzo a sto monno ‘nfame?

– Ecco, te nun me risponni ma io te dico la verità: io qua nun ce vojo più sta’. Perché intorno a me è pieno de gente che se domani me troverò in difficoltà me dara’ un carcio pe’ famme affonna’ e rubamme quei du stracci che me ritrovo. Perché tutti semmai dovessi fa ‘na cazzata me punteranno er dito e diranno che io faccio schifo, come se così facenno se pulirà la coscienza loro. Ma la coscienza de chi non se indigna, ma anzi esulta, davanti a un poraccio che more affogato in mare, la coscienza de questi qua nun se pulirà mai. E io a ‘sto monno nun ce vojo più sta perché la puzza de questi la sento tutti i giorni e è più forte de la puzza de chi nun se po’ lava’ perché nun c’ha 1 euro pe’ comprasse er sapone. A me ‘sto monno me fa schifo, a me pensa’ de pote’ esse scambiato pe’ uno che puzza dentro me fa campa’ male. Io preferisco morì de fame su una barca demmerda, ma co’ la speranza de ‘na vita mijore, piuttosto che legge sul telefonino che altre cinquantotto persone so’ morte perché c’è chi se diverte a gioca’ a la guerra coi gas nocivi e fa mori’ li regazzini. So’ morti unidic regazzini pe’ li capricci de quarche padrone.

– Non me risponni eh papà? Io, da quello che me dicevi, non sapevo che qua sotto faceva così schifo, perché qua papà, va sempre peggio. Da quanno te ne sei annato er monno fa sempre più schifo. E a quanto pare noi non potemo fa niente, potemo solo abituasse a ‘sto schifo, e io preferisco mori’ piuttosto che abituamme a vede’ il corpo di un ragazzino sotto un lenzuolo e pensa’ “va beh n’hanno ammazzato n’artro, è la guera”.

– Pe’ questo Tato, devi rimane’ la. Proprio pe’ questo. Pe’ fa capi’ a ‘sti poracci che so’ poracci dentro e che niente li po’ salva’, manco la morte de tutti i negri del mondo, loro sempre poracci rimarranno. Studia, continua a studia’, tanto. Leggi. E quando puoi cerca de fa capi’ a ‘sti regazzetti che così nun se sarveranno mai, raccontaje ‘na storia de le tue, raccontaje de nonno Venanzio deportato in prigionia, raccontaje de tutti l’italiani demmerda che conosci e de tutte le schifezze che noi avemo fatto nella storia. Tu devi rimane’ la, perché nel tuo piccolo devi continua’ a salvagaurda’ la memoria e il passato. Lo devi fa te, come tutti quelli che stanno vicino a te. Scrivi, leggi, racconta, parla co’ un regazzino, ascolta un vecchietto, usa tutte le armi che c’hai pe’ cerca’ de vince ‘sta battaglia. Loro c’hanno l’ignoranza, le bombe e er gas, e a breve forse pure qualcos’altro, e voi da ‘ste cose difficilmente ve potete sarva’. Potete solo prova’ a combatte co’ le armi vostre.

– Non è facile papà, so’ stanco.

– Devi lotta’ e circondate de gente che lotta co’ te. Nel piccolo, nel quotidiano, in un sorriso a un regazzino in difficolta’, in 20 centesimi a un  barbone, in un abbraccio a un’amica tua che ha superato la depressione. In ogni piccolo gesto de solidarietà se nasconne ‘na remata verso la terra ferma, un tozzo de pane, un goccio d’acqua, un vestito nuovo, una doccia, un vaccino, ‘na zanzara in meno.

– Scusa papà.

– E che te la voi cava’ così, m’hai insultato manco fossi della lazio.

– Scusa, ero arrabbiato. Comunque dije ar Gestore tuo che co’ lui so’ incazzato e che quanno nun è troppo impegnato me farebbe piacere scambiacce du’ messaggi.

– Eh sì, mo è arivato lui, che pjia e se mette a chatta’ cor Signore.

– Vabbè, ma la carità cristiana ‘ndo sta?

– Rileggi bene la notizia che hai letto stamattina, guarda le foto mejo. Ecco, davero me stai a chiede do’ sta a carità cristiana?

– Lo so Tato, non c’hai niente da di’, e io sto come te.

– Me manchi papà, me manca lotta’ co’ te.

– Pure a me, pe’ questo lotta il doppio, ché vicino ar pugno tuo troverai sempre il mio.

Ciao Tato

– Ciao Carlé

 

‘Sto monno me fa schifo