Batti lei.

lunedì 3 luglio

L’ultima volta che mio padre mi ha scritto è più di un mese fa. Precisamente il giorno dell’addio di Francesco Totti con la maglia della Roma. E come sapete non vuol dire che non l’ho pensato ma non ci siamo più sentiti. Questa notte alle 4.12 sento quel suono, sì i suoi messaggi hanno, ovviamente, un suono differente. Mi sveglio di soprassalto.

 

– Batti

– Papà…

– Dicevo batti.

– Chi devo batte, papà?

– Dicevo batti lei.

– Ma lei chi? A papà ma che stai ‘mbriaco?

– A Tato, “batti lei Fantocci”!

–  Ahhhhh ma so’ le quattro e un quarto e me scrivi così dal nulla dopo un mese e mezzo. Ma poi che c’entra? Che state a fa la MAratona Fantozzi, vi siete sparati tutti i film? Che stai a fa sveglio a quest’ora?

– Lo stiamo aspettando?

– A Carle’ così me fai preoccupa’. Ma chi state a aspetta’?

– Stocazzo! ahahahahah

– Giura che mi hai svegliato alle 4 di notte per farmi ‘sto scherzetto.

– No dai era simpatico ma non è per questo. Ti volevo dire che stiamo aspettando Fantozzi.

– Cioè?

– Cioè fra poco arriva Paolo Villaggio.

– Ma che me stai a di’?

– Eh sì, il Maestro è morto e fra poco arriva.

– Madonna come m’hai intristito, papà.

– Non sai che accoglienza che gli aspetta. Er gestore c’ha dato tutti cappelletti, tutte bretelle. Siamo tutti vestiti come lui. oggi è tutto sul filo dei secondi. Caffé latte con pettinata incorporata. Spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè provocante funzioni fisiologiche da espletare con tempo europeo di 6 secondi netti.

– Tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle otto e zero uno. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti.

– Bravo Tato, ti ricordi le risate che ci siamo fatti?

– Sì Carle’ ricordo troppo bene la prima volta. Mamma che disse: “Io vado a dormire che a me Fantozzi non fa ridere”. E noi siamo rimasti sul divano, io te e Emy. La video cassetta infilata nel video registratore e noi sul divano in religioso silenzio. All’inizio non capivo, poi ti vedevo ridere, ed ero felice e poi ho cominciato a ridere con te.

– Lo stiamo tutti aspettando, tutti davanti er cancellone der paradiso, cor gestore in testa. Lo aspettamo dall’artra parte delle nuvole. Oggi nun piove pe’ lui. E appena mette piede qua, appena se manifesta semo pronti a canata’ tutti in coro:

Fantozzi ragionier Ugo, matricola mille uno barra bis, dell’ufficio Sinistri.
Sveglia e caffè, barba e bidet. Presto che perdo il tram. Se il cartellino non timbrerò… FANTOZZI!

 

– Papà lo sai che so’ un po’ triste pe’ ‘sta storia. PErché poi diranno tutti “Siete tristi sempre per uno famoso che muore mentre in Africa muoiono milioni di persone e nessuno dice niente”.

– Ma chi le dice ‘ste cose?

– Le dicono papà, tu non te preoccupa’.

– Vedi il lato bono de esse morti? Semo sarvi dar populismo! Comunque te capisco, pure noi qua se semo commossi stamattina quanno abbiamo avuto la notizia dell’arrivo. In realtà eravamo tutti euforici e tutti contenti, però un po’ malinconici.

– Beh Carle’ io ce so’ cresciuto. Che poi quelli so’ insegnamenti de vita, Fantozzi è attuale, Fantozzi se lo analizzi fa male, fa male più oggi che ieri. Sarò strano io ma a me ‘sta gente con cui so’ cresciuto ridendo e guardandola in tv me dispiace se more, come se la conoscessi. E lo so che in Africa morono un sacco de regazzini e so’ triste pure pe’ quello. ma questo non me impedisce de piagne, almeno un minuto, pe’ la morte di Villaggio. O so’ diventato brutto, papà?

– A Tato piagni pe’ quello che credi valga la pena piagne, non c’è nessuno che te po’ di’ pe’ che poi piagne e pe’ che no. Basta che piagni e nun te vergongi, io ho pianto pochissime vorte in vita mia perché pensavo fosse ‘na debolezza e nun me volevo fa vede’ debole da voi. Ma nun sai le vorte che avrei voluto piagne. Perciò piagni e nun te vergonga’.

– Grazie Papà.

– Ah, l’altro giorno avemo visto er concerto de Vasco… Che cojoni co’ ‘sto video.

– Aò e nun te ce mette pure te no?

– Ahahahah. Eccolo, sta a arivà.

– Me raccomando, salutamelo e dije che è un genio.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

Fantozzi_in_paradiso

 

 

 

 

 

 

Batti lei.

Non è più domenica.

28 maggio 2017.

Non ho dormito un minuto. Oggi è il giorno in cui Francesco Totti fa l’ultima partita con la Roma. E tutti noi romanisti piangeremo, tanto.

 

– A che ora partiamo Tato?

– A Carle’ che vuol dire?

– A che ora andiamo allo stadio?

– Magari papà, sapessi come sto.

– Sapessi come sto io.

– Te la vedi?

– Se te te la vai a vede’ è merito mio quindi direi de sì che me la vedo. Abbiamo fatto le majette qui darparadiso. C’è un’aria da lutto, come se stesse a veni’ quarcuno novo. Pensa che pure er Gestore ha dato una giornata libera a tutti, oggi ognuno se vive er lutto come vuole.

– Io non ho dormito papà.

– Te capisco, tanto. Da regazzino quando giocavamo a pallone io e te sotto ar vicoletto tu te pjiavi sempre Totti. “Giochiamo a pallone papà, io so’ Totti” dicevi sempre.

– Sì Carle’ perché Francesco è stato sempre uno di noi, è stato il nostro fratello che è riuscito a fare quello che noi abbiamo sempre sognato. Ha realizzato il sogno di tutti i bambini che volevano essere Totti. E oggi è difficile, è tanto difficile.

– Te sei fortunato Tato, da quando che c’hai ricordi hai sempre e solo avuto lui come Capitano e lo hai potuto vive’ in pieno, hai gioito esultato e pianto con lui e per lui. Te sei fortunato perché hai vissuto gli anni  di Totti, hai passato 24 stagioni a vederlo illuminare il campo, qualsiasi campo, a vederlo onorare la sua fascetta, a portare nel cuore la sua città e l’amore per questo sport e per la nostra Roma.

– Ma oggi c’ho er magone.

– Ce l’ho pure io.

– Sai perché?

– Perché smette?

– Sì, ma per due motivi in particolare.

– Dimmeli va.

– Il primo è perché oggi non smette solo il Capitano, oggi finisce il calcio. Quel tipo di calcio con cui sono cresciuto, quel calcio che molto spesso mi ha salvato la vita, davvero. Finisce quel calcio fatto di diagonali e scivolate dove solo i numeri dieci facevano la differenza e dove i numeri nove segnavano di testa o di rapina. Un calcio che era amore, che era salvezza e riconoscimento. Oggi lui si porta via tutto, si porta via il mio calcio. E a me me vie’ da piagne, perché da lunedì se ricomincia una vita nuova. E so che chi non ha vissuto certe cose non capisce, so che chi non s’è mai fatto le fasciature alle caviglie o chi non ha mai ingrassato gli scarpini il sabato sera non può capire, ma oggi finisce tutto. Da oggi dovrò ammettere che è cambiato tutto, mentre Francesco nella sua piccola rivoluzione mi teneva ancorato al ricordo di quel calcio che giocavo anche io, fatto di rispetto e sacrificio. Quel calcio dove Cristiano Ronaldo avrebbe fatto un altro sport perché non c’era spazio per chi giocava con lo specchio in mano. E invece da questo 28 maggio devo lasciar stare tutti questi ricordi e rassegnarmi al fatto che non ci saranno più scarpini neri e calzini calati ed è dura.

– E la seconda?

– La seconda è che oggi fare quel viale senza averti vicino è ancora più dura. Ho sempre saputo che il Capitano un giorno avrebbe fatto la sua ultima partita con la nostra maglia, ma non ho mia pensato di non vederla con te quella partita. Perché capisci che senza di te ha un senso diverso, tu mi hai accompagnato per la prima volta dentro quello stadio a gridare il nome del Capitano a squarciagola dicendomi “Vedi Tato, quello, il numero dieci, è il Capitano della Roma, il giocatore più forte del mondo”. Ed oggi vorrei abbracciarti e vederti commosso, perché lo so Carle’ che avresti pianto la fine di un calcio che hai amato, avresti pianto la fine del giocatore più forte che tu abbia mai visto giocare. Però ci saremmo abbracciati e ci saremmo sentiti meno soli, facendo forza senza parlare, cantando “Un Capitano c’è solo un Capitano” con le lacrime agli occhi come fosse un funerale festoso. Quindi l’abbandono di Francesco lo sto soffrendo tantissimo perché sta tirando fuori tutti i miei dolori. Sento ancora di più la tua mancanza. Come faccio? Come se fa oggi a esse felici?

– Non se po’. Oggi dovevo esse’ li’ co’ te e co’ tu fratello perché oggi è il giorno nostro, di tutti i romanisti, di tutti i padri che hanno permesso ai figli di amare Francesco. Quindi non so’ che ditte ‘sta vorta perché me rode proprio er culo.

– E invece ‘sta volta te lo dico io papà. Fino a qualche giorno fa ero  sicuro di non voler andare. Poi la notte, senza dormire, ho pensato e pensato a mille cose e ho capito invece che devo andare. E tra tanti motivi il più grande è il dovere. Sì, perché lo devo, lo devo a te che saresti stato con la tua sciarpetta anni 80 vicino a me e Emiliano e lo devo a Francesco che si merita il saluto di tutti quanti. Perché io al Capitano gli devo tanto. Vedi papà, da quando che sei morto la vita mia è cambiata. Ognuno cerca di andare avanti come può, c’è chi fa finta di niente, c’è chi supera tutto affrontando di petto il dolore ecce cc. Io, magari inconsciamente, ho capito che mi sarei salvato appoggiandomi alle mie certezze. Tra le certezze che ho, che sono poche, molto poche, c’è la Roma. C’è la domenica allo stadio o sul divano con i miei amici ad esultare bestemmiare ed insultare gli avversari. E in questa certezze c’è sempre stata La certezza. Sì, perché in questi anni potevo star sicuro che vuoi o non vuoi c’era qualcuno in campo con la Roma che aveva la stessa mia passione la stessa mia voglia, lo stesso mio rodimento di culo ed odio per il rivale. Oggi andare allo stadio per veder crollare la mia certezza più grande è difficilissimo. Però glielo devo e te lo devo.

– E allora piagni pe’ me, e bevite un Borghetti in più, bevine due oggi, tu’ madre tanto non te vede.

– Io me preparo papà, me preparo a saluta’ la cosa più vicina a dio che abbia mai visto.

– E salutalo pure da parte de tu’ padre.

– Lo farò.

– Forza Roma Tato.

– Forza Roma Carle’.

 

Francesco Totti

Non è più domenica.

‘Sto monno me fa schifo

5 aprile 2017

Mi sveglio disturbato dopo aver perso il derby dopo che la roma ha vinto il derby di ritorno di Coppa Italia ma è uscita per la differenza reti (cosa lunga e noiosa da spiegare ai non appassionati). Apro Fb e sono pronto a sorridere e farmi il sangue amaro per gli sfottò dei laziali, quando vedo foto di bambini, e pii altre foto di guerra. Siamo abbastanza abituati, purtroppo, ma oggi mi sembra ci sia qualcosa di particolare. Apro un sito da cui mi inforno spesso e leggo:

Beirut, 4 aprile 2017 – Siria sotto choc per un sospetto attacco chimico che ha causato la morte di decine di persone nella provincia di Idlib, controllata dai ribelli. L’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus) parla di 35 deceduti, tra cui 9 bambini, tutti vittime di un raid aereo che avrebbe sprigionato “gas tossici” contro la citttadina di Khan Sheikhun. Per l’Osdh, l’Osservatorio siriano, i morti sono 58 (11 bambini).

È tanto che non lo faccio, ma credo sia ora di riscrivere a mio padre.

 

– A Carle’ te disturbo?

– A Tato no però t’ho detto che, scrivendote darparadiso, non posso sta sempre ar telefono co’ te.

– Sì lo so, ma questa è ‘na cosa seria.

– Aspe’ che sto a gioca’ a scopone. Semo io e tu’ zio Giuliano contro tu’ nonno Renato e Sandro Cecchini, stamo a pjia ‘na biata che se la ricordamo.

– A papà è ‘na cosa seria.

– E che te pensi che sta partita non lo è? Ce pjieranno pe’r culo armeno pe’ du’ mesi.

– Aò io so’ incazzato co’ te.

– Co’ me?

– Sì, co’ te.

– E che t’ho fatto a Tato? Lo so, so’ morto e v’ho lasciato da soli, ma nun l’ho fatto apposta. Te lo giuro Tato io ho lottato fino a che potevo, io volevo rimane’ la sotto co’ voi, co’ tu madre co’ ‘sti nipotini che stanno a cresce. Magari poi pensa’ che è colpa mia che me ne so’ annato così all’improviso, ma io nun c’entro niente. Te devo ripete sempre le stesse cose?

– Non per quello papà.

– E allora pe’ che?

– Perché m’hai cojonato.

– A Tato, trattame bene eh. Portame rispetto, so’ sempre tu’ padre, pure se so’ morto. E non te n’approfitta’ che sto quassù e non te posso mena’, io nun t’ho insegnato ‘ste cose. Io c’ho messo tanto ma t’ho insegnato il rispetto.

– Ecco appunto, te m’hai insegnato il rispetto. Te m’hai insegnato che portando rispetto gli altri porteranno rispetto a noi. Che le ingiustizie vanno sempre denunciate, e che davanti a queste dobbiamo lottare. Che l’unione fa la forza e che l’essere umano è un essere intelligente, che lotta e combatte per stare bene.

– Sì, t’ho insegnato questo e so’ fiero se hai capito la lezione.

– Tu una volta mi ha regalato un segnalibro in pelle, con sopra incisa una frase di Che Guevara che diceva: “siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia
commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo…

– è la qualità più bella di un rivoluzionario. Sì me lo ricordo.

– Ecco allora mi devi spiegare una cosa, tu o il gestore de quel posto do’ stai, derparadiso come lo chiami te, me dovete spiega’ perché ‘sto monno è diventato così brutto, perché l’essere umano non lotta e combatte più? Perché l’omo cerca sempre un capro espiatorio dietro a uno più poraccio de lui pe’ sfoga’  rabbia e frustrazione? Perché? Me devi di’ perché? Perché nun s’aiutamo più, ma arzamo quelle braccia tese demmerda e strillamo “negro vattene” quanno noi potremmo esse’ i negri de domani? Me devi di’ perché te ne sei annato e m’hai lasciato in mezzo a sto monno ‘nfame?

– Ecco, te nun me risponni ma io te dico la verità: io qua nun ce vojo più sta’. Perché intorno a me è pieno de gente che se domani me troverò in difficoltà me dara’ un carcio pe’ famme affonna’ e rubamme quei du stracci che me ritrovo. Perché tutti semmai dovessi fa ‘na cazzata me punteranno er dito e diranno che io faccio schifo, come se così facenno se pulirà la coscienza loro. Ma la coscienza de chi non se indigna, ma anzi esulta, davanti a un poraccio che more affogato in mare, la coscienza de questi qua nun se pulirà mai. E io a ‘sto monno nun ce vojo più sta perché la puzza de questi la sento tutti i giorni e è più forte de la puzza de chi nun se po’ lava’ perché nun c’ha 1 euro pe’ comprasse er sapone. A me ‘sto monno me fa schifo, a me pensa’ de pote’ esse scambiato pe’ uno che puzza dentro me fa campa’ male. Io preferisco morì de fame su una barca demmerda, ma co’ la speranza de ‘na vita mijore, piuttosto che legge sul telefonino che altre cinquantotto persone so’ morte perché c’è chi se diverte a gioca’ a la guerra coi gas nocivi e fa mori’ li regazzini. So’ morti unidic regazzini pe’ li capricci de quarche padrone.

– Non me risponni eh papà? Io, da quello che me dicevi, non sapevo che qua sotto faceva così schifo, perché qua papà, va sempre peggio. Da quanno te ne sei annato er monno fa sempre più schifo. E a quanto pare noi non potemo fa niente, potemo solo abituasse a ‘sto schifo, e io preferisco mori’ piuttosto che abituamme a vede’ il corpo di un ragazzino sotto un lenzuolo e pensa’ “va beh n’hanno ammazzato n’artro, è la guera”.

– Pe’ questo Tato, devi rimane’ la. Proprio pe’ questo. Pe’ fa capi’ a ‘sti poracci che so’ poracci dentro e che niente li po’ salva’, manco la morte de tutti i negri del mondo, loro sempre poracci rimarranno. Studia, continua a studia’, tanto. Leggi. E quando puoi cerca de fa capi’ a ‘sti regazzetti che così nun se sarveranno mai, raccontaje ‘na storia de le tue, raccontaje de nonno Venanzio deportato in prigionia, raccontaje de tutti l’italiani demmerda che conosci e de tutte le schifezze che noi avemo fatto nella storia. Tu devi rimane’ la, perché nel tuo piccolo devi continua’ a salvagaurda’ la memoria e il passato. Lo devi fa te, come tutti quelli che stanno vicino a te. Scrivi, leggi, racconta, parla co’ un regazzino, ascolta un vecchietto, usa tutte le armi che c’hai pe’ cerca’ de vince ‘sta battaglia. Loro c’hanno l’ignoranza, le bombe e er gas, e a breve forse pure qualcos’altro, e voi da ‘ste cose difficilmente ve potete sarva’. Potete solo prova’ a combatte co’ le armi vostre.

– Non è facile papà, so’ stanco.

– Devi lotta’ e circondate de gente che lotta co’ te. Nel piccolo, nel quotidiano, in un sorriso a un regazzino in difficolta’, in 20 centesimi a un  barbone, in un abbraccio a un’amica tua che ha superato la depressione. In ogni piccolo gesto de solidarietà se nasconne ‘na remata verso la terra ferma, un tozzo de pane, un goccio d’acqua, un vestito nuovo, una doccia, un vaccino, ‘na zanzara in meno.

– Scusa papà.

– E che te la voi cava’ così, m’hai insultato manco fossi della lazio.

– Scusa, ero arrabbiato. Comunque dije ar Gestore tuo che co’ lui so’ incazzato e che quanno nun è troppo impegnato me farebbe piacere scambiacce du’ messaggi.

– Eh sì, mo è arivato lui, che pjia e se mette a chatta’ cor Signore.

– Vabbè, ma la carità cristiana ‘ndo sta?

– Rileggi bene la notizia che hai letto stamattina, guarda le foto mejo. Ecco, davero me stai a chiede do’ sta a carità cristiana?

– Lo so Tato, non c’hai niente da di’, e io sto come te.

– Me manchi papà, me manca lotta’ co’ te.

– Pure a me, pe’ questo lotta il doppio, ché vicino ar pugno tuo troverai sempre il mio.

Ciao Tato

– Ciao Carlé

 

‘Sto monno me fa schifo

Er mondo mio.

11/11/2016

Stamattina mi sono svegliato con la notizia della morte di Leonard Cohen. Da due giorni mi interrogo su cosa accadrà con l’elezione di Trump e quanto siano giusti o meno i miei pensieri ed i miei ideali di democrazia e uguaglianza. Ladispoli è stata dilaniata da una tromba d’aria mai vista. Domani parto per Genova e debutto ad un teatro bellissimo. Questi momenti di riflessioni, di gioie, di interrogativi, sono sempre più pesanti perché non trovano le orecchie di mio padre ad ascoltare i miei sfoghi, senza dire tanto. ad onor del vero è mia madre che da 27 anni si subisce i miei sfoghi, lui ascoltava e faceva piccoli gesti, come sempre. Eppure ora che non c’è, tutto ciò diventa immenso e di una pesantezza enorme. 

– Però non se fa così eh.

– Anvedi mi fjio.

– Anvedi stocazzo.

– Ao ma che te sei ammattito.

– Ma no, scusa, però tutte le volte fai così. Pjii e sparisci. Pare che devo fa un percorso ad ostacoli pe’ sentitte. Oltretutto che te ne sei annato, manco me scrivi più.

– Aridaje co’ ‘sta storia, non è che ho scelto de annammene eh, hanno deciso altri, diciamo… vabbè comunque non è stata una volontà mia, nessuno m’ha interrogato.

– Anche perché te con le interrogazioni non andavi proprio alla grande eh.

– Te invece potresti anda’ a Zelig. C’è ancora ve’?

– Sì ma non è più come una volta, non te fa prende dalla malinconia che non te perdi niente.

– Vabbè ma mo che ho fatto? Te pare normale che un padre, morto, non deve esse rimpianto e pregato no, viene cazziato dal figlio.

– Ma non si fa così. Tu mi illudi co’ ‘sta cosa dei messaggi, del filo diretto, del contatto dopo la morte e poi me sparisci pe’ mesi.

– Tato, è una cosa complicata. Non sono io che decido quando scrive, sei te, ma sarebbe troppo lungo da spiega’. Che te succede?

– Niente, me so’ svejato e pensavo che mesa’ che hai fatto bene.

– Aridaje. Volemo fa’ a cambio?

– Se po’?

– No che non se po’, e non di’ cazzate!

– Te ce l’avresti fatta più de me. Te sei più forte de me. La generazione tua è più forte della nostra, voi siete più duri più pronti. Te hai tirato le molotov se le cose non te annavano bene, te hai difeso a modo tuo l’ideali, hai lottato pe’ garanti’ un futuro decente a chi veniva dopo de te. Io c’ho paura e non faccio mai niente. Io faccio parte de una generazione appesa a sogni e speranze che puntualmente vengono disillusi.Voi nascevate con il peccato originale, noi con il ricatto. noi crescemo e semo ricattabili in qualsiasi cosa facciamo ed è un circolo vizioso demmerda, questa è una prospettiva de vita che me mette paura. Noi qualsiasi scelta prendiamo siamo ricattabili, qualsiasi cosa facciamo siamo ricattabili, e questo che comporta? Comporta la cosa più brutta del mondo pe’ chi sogna come me: er compromesso. Papà noi morimo dietro muri de compromessi demmerda che ce fanno di’ sempre sì alla cosa meno peggio e ‘sto mondo io non me lo aspettavo così. Io non pensavo che te t’eri fatto er culo pe’ famme vive ‘na vita alla meno peggio.

– E infatti non è così. E me dispiace. Voi dovreste scende in piazza a pjia a carci in culo i 50enni che non hanno mai lottato per voi, no a dà retta a chi strilla che so’ tutti ladri.

– Hai visto hanno eletto Trump?

– Vabbè ma guarda che sei te che hai sempre pensato che l’americani stanno avanti. Quelli c’hanno la pena de morte, che cazzo pretendi da un popolo che pensa che un assassino deve morì e a fallo morì deve esse uno che a sua volta diventa assassino ma senza che se sporca la fedina penale? Che cazzo pretendi da un popolo che è felice de avecce le pistole e de fasse giustizia da soli? Quello è un popolo che ha sterminato i nativi, l’indiani, senza troppi pensieri, la storia è questa e la storia non dice mai cazzate, è storia.

– Però capisci che noi non potemo fa niente e siamo immobili a subire tutto quello che ci capita?

– Il problema è proprio questo, è pensare che te poi salva’ il mondo, è questo quello che v’ha fregato a voi. Voi pensate che potete sarva’ er mondo ma poi come succede qualcosa ve guardate solo i cazzi vostri. Il mondo non se sarva dando sempre la colpa all’artri. Il mondo lo sarvate inizando ad assumeve le responsabilità de quello che fate. Il problema grosso è che l’omo se sente stocazzo.

– Che vordì?

– Se io m’affaccio da quassù, voi sete più piccoli delle cimici. E corete, corete corete tutto er giorno. Da qua sembra come quella paggina de la settimana enigmistica dove devi uni’ i puntini. Ecco, da quassù voi sete quelli, puntini coi numeretti sopra. E non me so’ mai spinto tanto oltre a prova’ a uni’ i puntini, perché c’ho paura.

– Però così non è che m’hai aiutato.

– Ce lo so Tato mio, ma è ora che capite davvero quello che potete fa e quello che non potete fa’. Perché rincorre ideali irrealizzabili tutta la vita, a un certo punto diventa solo un alibi. Una scusa pe’ piagne e di’ che er modno è ‘nammerda.

– Ma ‘sta vita è nammerda.

– E me lo dici a me? Ma non pe’ quello che pensi te, o almeno, non pe’ tutto quello che pensi a te.

– E che dovrei fa?

– Oltre a fa quello che fai? Dovresti capi’ che te poi salva’ il tuo de mondo, perché quello con la m maiuscola non po’ sarvallo manco er Gestore mio.

– Vado a fa’ la valigia Carle’. Grazie.

– Aò me raccomando eh, stringi forte tu’ madre, tu’ fratello e tutti quanti, pure Tiziana. Me sarebbe piaciuta mesà, pure se è daa lazio. Quello è er mondo tuo, è piccolo ma è pieno de roba.

– Da oggi c’è uno che s’è messo co’ la chitara sotto la fontanella de Brogo Pio e canata tutte canzoni in inglese, devi senti che voce che c’ha. Se chiama Leonardo, mesà che era un barbone che sarà morto de freddo a Termini. Vado che stanno tutti a fa er coro, devo canta’ pure io Alleluia. Certo che palle ‘ste canzoni de chiesa. Mo je chiedo se me fa grazie Roma.

– Ah papà…

– Dimme.

– … niente. Cantala pure pe’ me eh.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

gioco quiz

Er mondo mio.

I sogni so’ morti.

09.09.2016

Sono su per giù due mesi che Carletto non scrive e non è tutto rose e fiori come sembra. “Vedrai che con il tempo tutto passa” è una delle frasi che mi sento dire da chi, giustamente, non sa che dire. Ma non è così e un po’ dovevo aspettarmelo, ma non pensavo così tanto. Però ‘sto silenzio dei due mesi un po’ mi infastidisce, quindi sbraito in casa da solo come un matto e piango. Perché mi padre è bono come me, fa tutto er duro a volte ma, davanti a le lacrime se scioje. Erano due mesi che non piangevo. 

 

– Tato

– Ao’. Ma sei te?

– E no so’ tu’ nonno.

– Fai pure il simpatico papà?

– Mo’ che è successo?

– Niente.

– Dai dimme, che ho fatto?

– Era il 30 giugno l’ultima volta che m’hai mannato un cazzo de messaggio papà. Ma te pare ‘na cosa normale, me chiedi pure che hai fatto?

– Quindi?

– Quindi? Quindi uno prima s’abitua al fatto che sei morto e che non te vedrò più pe’ tutta la vita, poi de punto in bianco m’arriva un messaggio sul telefono co’ un numero sconosciuto dove un ipotetico qualcuno me dice che sei te. Poi me dici che t’hanno dato un telefono che sarai come un angelo custode ma cor telefono e allora me cominci a scrive e me dici tutte cose, che devo ride, che stai bene, che non dovemo esse’ tristi e tutte ‘ste cazzate che io te dico pure de sì pe’ nun fatte sta’ in pensiero. Poi però de punto in bianco non te fai più senti’, sparisci, te ne vai. M’abbandoni così. Perché io posso bestemmia’ e incazzamme co’ sta vita demmerda se mòri pe’ un tumore ma se sparisic de testa tua co’ chi me la pjio? Co’ mi’ padre che m’abbandona? Che pensi che qua, perché un par de vorte m’hai detto che devo sta sereno, che magari me vedi ride o fa le cose normali, pensi che stamo bene, che te sei levato er peso de esse annato via così? Er Gestore, come lo chiami te, mica penserà che se lava la coscienza così, facendote manna’ du’ messaggetti ogni tanto? So’ boni tutti, ma dartronde è la storia sua quella de fasse vede’ e poi non fasse vede’ più e lascia’ la gente così appesa a ‘na fede, a ‘na speranza. Ma a me non me cojona er capo tuo eh, io la speranza de rivedette non ce l’ho perché, io la fede nun ce l’ho mai avuta se non pe’ la Roma.

– Scusa.

– Scusa ar cazzo.

– A Tato te stai a allarga’.

– C’hai ragione, scusa.

– Scusa ar cazzo.

– Così però non finimo più.

– Eh no perché va bene che te sfoghi, ma che pensi che è colpa mia? Pensi che io so contento de mannatte du messaggini, come dici te, e non potete più vede’ rientra’ a casa? Pensi che a me me fa piacere tutta ‘sta cosa. Semplicemente ho sorriso e accettato quello che m’hanno dato, perché ho capito che se tanto me incazzavo cambiava poco. Almeno m’hanno messo qua insieme a tutti. È vero, non se rivedremo magari, però tanto vale speracce no? Sogna’ un pochetto.

– Ancora se mettemo a fa i sogni Carle’?

– Hai smesso de sogna’?

– Sì, il 2 febbraio 2015. Ho visto i sogni de un omo bono che se ne annavano dentro una camera piccola e bianca. Su un letto che non se meritava. Ho visto tutti i sogni che se spegnavano e morivano accanto a lui piano piano. E ho visto che non ce sarebbe stata la tanto sognata pensione, a cui mancavano pochi mesi dopo tutta la vita fatta de sacrifici e lavoro. E quindi niente passeggiate sul lungomare, niente colazione al bar con il corriere dello sport, niente feste dei nipoti, niente più stadio, niente più sogni. Spenti il 2 febbraio 2015. Accanto ad omo bono che meritava de realizzalli i sogni.

– Quindi non sogni più?

– La notte sogno. Certo penso sempre che la Roma tutti l’anni possa vince er campionato, che mamma riesca a fa’ comunque una vita dignitosa fino alla fine e se goda tutto con coscienza, che Damiano e Sophie diventino belle persone che andranno fiere dello zio, che farò una famiglia cresciuta con dei valori belli e sani, che riuscirò a fa’ ‘sto mestiere con onoestà e che me possa permette de campa’ dignitosamente. Certo a questo ce penso, ma so’ obiettivi, non so’ sogni. I sogni mia se l’è magnati la vita. E va bene così. La vita è ‘na lotta, o lotti o t’attacchi ar cazzo, diceva un amico mio, e allora lotto. Lei s’è magnata i sogni, io cerco di raggiungere gli obiettivi alla faccia sua.

– L’importante è che sei felice Tato.

– Pure er concetto de felicità è da rivede’ è, ma ne parlamo un’altra volta Carle’. Sempre che non sparisci pe’ du’ mesi.

– Eh questo non lo so, diciamo che era un banco de prova. Che fa tutto parte de ‘sta lotta.

– E che non t’avevo capito?!

– Salutame sempre tutti, tutti quanti. E sorridi pure per me, almeno per me.

– Certo, quello sempre.

– Comunque io er Coriere doo Sport o leggo ar bar tutte le mattine eh.

– C’avrei scommesso Calre’. Almeno quello.

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

I sogni so’ morti.

Altrimenti ci arrabbiamo

giovedì 30 giugno 2016

Preso da improvvisi cambiamenti di case  e spostamenti. La morte che come al solito si affaccia prepotente e mi fa piangere. L’Italia che vince contro la Spagna e infine Bud Spencer che smette di prendere a cazzotti tutti. Le settimane scorrono e la vita riserva sempre una gran dose di rotture di cazzo e soprattutto di perdite che non si giustificheranno mai (di cui però non parlerò)

–  Tato

– Ecco Carlé, appunto.

– Che hai fatto?

– No, niente come al solito come mi fermavo un secondo sul letto a riposare penso…

– De solito te succede de notte. Mò pure alle tre de pomeriggio. Fa callo Tato mio, riposate fatte ‘na doccia, sei tutto zozzo de vernice e pieno de sudore, puzzi pure.

– Va beh mò non esaggera’!

– Se sente da quassù. Ennamo no.

– Aò a papà, sto a fatica’.

– Era pure ora.

– Aridaje co’ ‘sta storia che io non faccio mai niente eccetera eccetera. Io ve vorrei fa lavora’ co’ la capoccia quanto lavoro io.

– Ho capito, ce lo so. Ma che hai perso lo spirito da quanno me ne so’ annato?

– Beh in effetti un po’ me so’ incattivito, a me me rode ancora er culo se ce penso eh. Non è che te la cavi co’ ‘sta cazzata dei messaggi e del telefono.

– Va beh allora famo che je lo ridò ar gestore er telefono eh, così evitamo che te rode er culo.

– Stavo a scherza’. Madonna come sei permaloso.

– Comunque avemo perso tempo a scrive ‘ste cazzate e mò me ne devo anna’.

– Do’ vai?

– Sta bono che stamo tutti qua in fila all’ingresso der paradiso. Ce sta pure Giorgio che m’ha detto de salutatte e già j’ho detto che se potemo vede’ le partite insieme basta che si prende gli insulti senza fa’ troppo er permaloso. Poi j’ho detto pure che somiglia tanto a Ciro Ferrara e lui m’ha detto che je lo dicevi sempre pure te.

– Papà per favore non mi ci far pensare, te prego. Però dagli due schiaffoni e un abbraccio immenso da parte di tutti i suoi amici.

– Fatto. Ha sorriso senza dire niente e si è acceso una sigaretta, sorridendo. E dice de ride pure voi altrimenti ci arrabbiamo.

– E provamo a ride pure noi. Ma comunque che cazzo state a fa ammucchiati davanti l’ingresso?

– Siamo pronti a cantare.

– A Carlé ma che hai iniziato a beve?

– Sta bono che so’ emozionato. Ma quale beve. Siamo divisi tre grandi gruppi. Uno canta “bo bo bo bo bo bo bo bo bo bo”. L’altro “la la la la lalla, la la la la lalla” e poi l’ultimo canta “Jo o Banana Jo, tienes corazòn gigante i alma sognante”. Che bello non vedo l’ora.

– Ma che davvero?

– Eh sì er Gestore j’ha organizzato la sorpresa. Poi immaggina’ quanto so’ emozionato. Me so’ subito fatto ‘na stampa della copertina del firm e mo me lo faccio autografa’. Te ricordi sì?

– E che non me lo ricordo, ridevamo insieme come due scemi. Eppure sapevamo tutti i film a memoria, tutte le canzoni, tutte quelle scazzottate finte e quei dialoghi surreali. Però noi ridevamo sempre, se lo vedevamo sul divano insieme, pure Emiliano e a volte pure mamma. Anche se a mamma non je piaceva tanto, lo faceva giusto per compagnia.

– Va beh ma a tu madre manco Fantozzi je piace. Comunque io sto nel coro che fa il “bo bo bo bo” quello dei pompieri, so’ felicissimo. Poi je faccio pure vede’ una foto de quanno tu’ madre era incinta de te, che je somijavo proprio 🙂

– A me me lo ricordi tanto.

– No quanno s’è candidato co’ Storace però eh.

– No quello no.

– A Tato ma sticazzi de Storace, sta pe’ ariva’ Bud Spenzer so’ tutto emozionato. Poi se eh un giorno me ce metto a parla’ pure de politica, e so’ sicuro che è stato ‘no sbajo er suo, la vojo pensa’ così. Ma questo non esclude il fatto che ce faceva passa’ intere serate sul divano a ride e ce faceva pure un po’ sogna’. Era l’eroe vostro, un buono che sconfiggeva i cattivi. E prima non se facevamo tutte ste pippe mentali che se fanno adesso, prima ridevamo e vedevamo in Bud Spenzer un eroe buono.

– C’hai ragione papà, non sai quante dietrologie ormai si fanno, quanta fatica si fa. Si giudica tutto si vede sempre dietro si cerca sempre il brutto pe’ giustifica’ che tutti so’ brutti come noi che li criticamo.

– Ma te sei bello.

– Ero bello papà me stanno pure a fini’ i capelli.

– Quella è ‘na cosa de famjia ma non te cascano, so solo un po’ fini.

– Me dicevi sempre ‘sta cosa perché sapevi quanto ce tenevo, ma tranquillo me ne so’ fatto ‘na ragione. Lo so che oltre a esse fini so pure pochi.

– Eccolo. Aò te saluto. Strigni forte tu madre. Strigni, meno forte che sennò se la giocamo, tu’ nonna. E sorridi sempre a tutti. Ieri la festa de Damiano è stata bella, sete stati bravi bravi, lo state a fa cresce bene. Co’ tu’ fratello tanto ce parlo sempre, tranquillo.

– Salutame Bud e dije che è un mito!

– Ciao Tato.

– Ciao Carlé.

 

 

Altrimenti ci arrabbiamo

E ridevamo. 

È un periodo un po’ strano. Non fa né caldo né freddo. Ho mille consegne da portare a termine. Sono sereno e sorridente. Ma l’arrivo dell’estate mi crea scompensi. Quindi ci provo, è parecchio che non lo sento. Piango. 

– Tato.

– Finalmente.

– Che succede?

– Che succede? Da quando non piango più la notte da solo nel letto non te fai più senti’. Ma che se fa così? 

– Aó, ma che so’ ‘sti trucchetti? 

– Me mancavi, embè? 

– Sapessi che fatica. Te spiego, il telefono che c’hanno dato in dotazione lo dobbiamo utilizzare in momenti di urgenza. Le urgenze però le gestisce un centralino specializzato, ‘na sorta de angeli centralinisti (tipo quello che faceva tu’ fratello in Svizzera senza esse’ angelo). E loro hanno detto che te eri una persona che stava bene e che non aveva più urgenze. De fatti mo che ha squillato er telefono e m’è arrivata la foto tua con l’urgenza m’è preso un corpo. Ho subito pensato che avessi fatto ‘na cazzata, e allora me so precipitato e invece me fai li scherzi. C’ho ancora lo sbatticore.

– Batticuore papà, batticuore.

– Eh, sentissi come sbatte. 

– Va beh, comunque come stai? Che me racconti?

– Sto bene Tato, devi di’ che ormai sto da dio. 

– Ah, sei diventato pure un burlone eh.

– E fattela ‘na risata…

– Che domani te poi sveja’ freddo. A papà ma che è st’umirismo macabro? 

– Ma che ne so, ho visto che su Feisbuc va de moda tra i giovani. Io seguo tutto non me perdi niente. Comunque me so’ stabilizzato da paura. Quest’anno con la squadretta de “Gli angeli Giallorossi” siamo arrivati in semifinale, un grande risultato. Ho vinto il miglior allenatore emergente.

– Ma come emergente papà? C’hai 65 anni.

– A parte che so’ de meno de 65. Comunque vedessi l’altri… Poi le cose vanno bene ormai me a’ preso  ‘na casetta pe’ conto mio tutta caruccia, sempre a Borgo ma più giù vicino a Castello Sant’Angelo. Ho preso un mutuo: tutti i martedì e venerdì vado a aiuta’ gli over 250 a fa’ le parole incrociate.

– Crociate papà.

– Se quelle erano meno faticose, altro che crociate quelli ormai non sanno più legge, non sanno più mette ‘na parola dietro un’altra, è ‘na fatica. 

– Noi hai visto che avemo combinato? 

– Ne avete combinate parecchie eh. Te innanzi tutto te sei messo a pittura’ senza consiji e stavi a fa ‘na caciara. Se proprio voi usa’ quell’attrezzo, que’rullo, chiedi sempre a tu zio Maurizio che ce capisce. Poi però hai rimediato e co’ tu madre de sotto avete fatto un lavoretto voi fiocchi. In 5 giorni avete fatto diventa’ casa de nonna un bedenbrefas da paura. L’odore de pulito se sentiva da quassù. Bravi. 

– Che bravi, ha fatto tutto mamma. Io eseguo gli ordini, con qualche incazzatura qua e là 😉

– V’ho visto li mortacci vostra state sempre a punzecchiavve. 

– Fa parte del gioco. D’altronde C’hai lasciati soli noi ‘sto vuoto lo dovemo colma’ in qualche modo. 

– Potessi torna’ indietro….

– Non se po’ Carle’. Che non ce lo sai? 

– Ce lo so Tato mio, altrimenti adesso stavamo…

– Do stavamo? 

– A Orvieto a fasse i gavettoni co’ zia Amalia, zio Carlo, Corrado e tutti quanti. Te eri il più piccolo, era un ferragosto se non me ricordo male, e te mettevamo dentro a dei secchi enormi che contenevano su per giù 15 litri d’acqua. E ridevi tanto, e tu madre rideva e strillava mentre scappava dai gavettoni. 

Oppure stavamo al campo dell’Urbetevere dove te segnavi quel gol in semifinale e correvi verso di noi e esultavi e ridevi, ridevi tanto. E tu’ madre esultava e  rideva. 

Oppure stavamo su un letto d’ospedale e la dottoressa Di Batolomei entrava e ci diceva che non serviva più fare la chemio, che la radio era andata a buon fine settimana, che potevo tornare a casa, che non me sarebbe venuta nessuna febbre dovuta ad infezioni che non mi avrebbero trasportato in nessun ospedale e non avrei passato due giorni senza essere cosciente per poi smettere di lottare. Ci diceva questo la dottoressa e io ridevo, e tu ridevi e tu’ fratello rideva e mamma piangeva, col sorriso. 

– E invece non se po’ torna’ indietro Carle’. E a volte ridemo e a volte piagnemo c’avemo fatto er callo sui canali delle rughe.

– Lo vedi che allora quelli der centralino ce capischeno. Era un’urgenza. 

– Forse. 

– Va beh comunque er Capitano ha rinnovato e noi anche il prossimo anno potemo esse’ sereni e fieri.

– In realtà a me m’ha messo ‘na malinconia ‘sta cosa. Perché se ce pensi fino a ieri era tutto così vago, mentre oggi oltre a la certezza che Francesco giocherà per il venticinquesimo anno con la Roma, c’ho pure la certezza che è l’ultimo. 

– E ce lo sapevo. Hai fatto er callo alle lacrime ma ar fatto che tutto passa ancora no è? C’avrai tempo Tato mio. 

– (Sospiro) 

Famme anna’ va. C’ho da fa’ co’ tu’ zio Sergio che m’ha fatto pjia un corpo. E poi me sdoppio e ogni tanto vado a Tenerife da quer fregnone. È impegnativo quassù eh che te credi? E io che volevo anna’ in pensione.

Aó salutame quella regazzetta che te sei messo vicino che me pare tanto bona.

– Avoja se è bona. 

– Ciao Tato.

– Ciao Carle’.

E ridevamo.